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In quale nuova comunità educante è lecito sperare?

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16.06.2026

Nelle città italiane, intorno all’ora di pranzo, si possono osservare figure che escono dagli edifici scolastici portando sottobraccio una cartella o qualche libro. A differenza degli studenti che escono da scuola alla stessa ora, e che si portano a casa un po’ di compiti da fare conditi spesso da qualche recente frustrazione o gratificazione, l’insegnante porta con sé un bagaglio assai più difficile da individuare. Talvolta è il ricordo di una lezione riuscita particolarmente bene; talvolta il fastidio per una spiegazione che non ha prodotto gli effetti sperati; talvolta ancora il volto di uno studente in difficoltà, una frase ascoltata per caso in corridoio o una domanda rimasta sospesa nell’aria dopo il suono della campanella.

Fra tutte queste cose, ve n’è una che sembra accompagnare gli insegnanti con una frequenza maggiore di quanto essi stessi siano disposti ad ammettere. È la sorpresa. Non la sorpresa delle grandi scoperte intellettuali, ma quella più discreta e quotidiana che nasce quando un ragazzo di quindici anni riesce improvvisamente a illuminare, con una domanda o un’osservazione, qualcosa che decenni di studio avevano finito quasi per nascondere sotto il velo dell’abitudine.

Accade allora un fenomeno a un tempo singolare e cruciale: colui che per tutta la mattina ha occupato il ruolo dell’insegnante si accorge di avere imparato qualcosa che, almeno per qualche istante, modifica il suo modo di vedere un testo, un problema, un evento storico o semplicemente un essere umano.

È una circostanza apparentemente marginale, ma che concerne l’essenza stessa dell’educazione. Chiunque abbia trascorso una parte significativa della propria vita nelle scuole sa che il rapporto tra chi insegna e chi apprende è assai meno lineare di quanto suggeriscano le rappresentazioni ufficiali. Certamente esistono differenze di competenza, di esperienza e di responsabilità. Nessuno affiderebbe l’insegnamento del latino a chi non conosce il latino o quello della matematica a chi ignora la matematica. E tuttavia, accanto al movimento evidente attraverso il quale il sapere viene trasmesso, ve n’è sempre un altro, più discreto e meno facilmente osservabile, attraverso il quale le domande, gli errori, le intuizioni e perfino le ingenuità degli studenti modificano continuamente la coscienza di chi insegna.

Forse è proprio per questo che le scuole più vive assomigliano meno alle istituzioni amministrative descritte nei regolamenti e più a quelle antiche piazze nelle quali gli uomini si incontravano per parlare. Quando si pensa all’origine di questa tradizione, la memoria corre inevitabilmente verso Atene. Non l’Atene monumentale che ammiriamo nei musei e nei manuali di storia, ma quella delle strade polverose, dei mercati, delle botteghe e dei portici. In mezzo a quella folla si aggirava un uomo che aveva l’abitudine di rivolgere domande agli altri. Non possedeva una scuola nel senso moderno del termine, non distribuiva diplomi, non compilava registri e non aveva programmi ministeriali da rispettare. Eppure, da più di due millenni, l’Occidente continua a........

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