La “Dollitics” di Dolly Parton: politica senza appartenenza
Avevo sedici anni quando conobbi Dolly Parton. Non lei, naturalmente, ma la sua musica. Ero un’exchange student AFS negli Stati Uniti, a Tucson, Arizona, che, come dicono le magliette per i turisti, si trova in the middle of nowhere. Era il 1980 e Dolly Parton era ovunque. Capelli biondi smisurati, strass, tacchi, scollature vertiginose e quell’aria da donna che aveva deciso molto tempo prima che sarebbe stata lei, e nessun altro, a stabilire come presentarsi al mondo.
Quello stesso anno uscì 9 to 5, in Italia Dalle 9 alle 5... orario continuato, con Jane Fonda, Lily Tomlin e la mitica Dolly. Non potevo capire, a sedici anni, che quel film divertente e quella canzone dal ritmo irresistibile raccontavano qualcosa di molto più serio dell’America che stavo imparando a conoscere. Il film nasceva dall’esperienza di un vero movimento di lavoratrici d’ufficio e parlava di salari, discriminazioni, molestie, promozioni negate, orari di lavoro e rapporti di potere. Parton scrisse la canzone che gli diede il titolo e che sarebbe diventata uno degli inni più riconoscibili delle lavoratrici americane.
Dolly Parton è morta il 25 agosto scorso a Nashville, a ottant’anni. Ripensandoci oggi, mi accorgo che quella donna incontrata musicalmente in Arizona rappresentava anche una forma di politica americana che allora non avevo gli strumenti per riconoscere e che oggi sembra impossibile da praticare. Parton ha trascorso la vita a dire che non faceva politica. Rifiutava di dichiararsi repubblicana o democratica, non voleva dire per chi votava e, nel 2017, quando tornò sul palco con Jane Fonda e Lily Tomlin agli Emmy, lasciò alle due colleghe gli attacchi a Donald Trump e preferì fare una battuta sul proprio seno. Del resto, era abituata da una vita alle battute sul suo corpo e........
