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Caso Regeni, torture contro affari: se la realpolitik fagocita la difesa dei diritti

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25.01.2026

Era lì, quel giorno del 2016, il diplomatico che parla dall’altra parte del filo. Era al Cairo. Era al ricevimento organizzato in occasione della visita di Federica Guidi, il ministro dello Sviluppo Economico del governo Renzi che poco prima aveva incontrato il presidente al-Sisi. «L’ambasciatore Massari fu avvertito da una fonte indipendente che il corpo ritrovato era di Giulio Regeni», racconta la fonte. La prima decisione fu quella di sospendere l’evento e la missione. La seconda fu di andare a vedere i resti del giovane italiano, cosa che fu permessa solo quando l’uomo della Farnesina decise di presentarsi di persona con un carabiniere.

«Sin dall’inizio non potei fare a meno di notare che c’era un contrasto tra gli ottimi rapporti con l’Egitto e l’elusività delle autorità locali sul caso nonostante le mie pressioni», ha dichiarato Massari che, nell’aprile 2016, fu richiamato dal ministro Gentiloni. «Un gesto forte e giusto – ammette la nostra fonte -. Poi, col tempo, si è imposto un pragmatismo usuale che ha generato belle parole e ricchi contratti: succede sempre quando la logica della politica si impone sulle esigenze dei singoli».

I dieci anni passati dall’assassinio di Giulio Regeni sono un manuale di realpolitik, deprecabile per chi chiede giustizia, inevitabile per i politici che hanno gestito il Paese. A semplificare, possono essere letti........

© Messaggero Veneto