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A Frontiere una nuova idea di dignità umana per orientare l’AI

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05.10.2026

Finché la frontiera ci è distante, tendiamo per nostra natura a pensarla attraverso semplificazioni, stereotipi. Soltanto attraversandola percepiamo la complessità che la costituisce, fatta sempre di mondi che s’intrecciano e relazionano.

Così è stato per i due interventi conclusivi del festival Frontiere,  al teatro Verdi di Gorizia, che hanno visto il filosofo Maurizio Ferraris affrontare il tema dell’intelligenza artificiale e lo storico Alessandro Vanoli la nascita e lo sviluppo dei concetti di Oriente e Occidente.

«L’intelligenza artificiale è una frontiera che riguarda tutta l’umanità, un cambiamento di portata paragonabile all’avvento della scrittura», esordisce Ferraris, precisando che la nostra preoccupazione deve incentrarsi su come far sì che questa rivoluzione vada a vantaggio di tutta l’umanità e non di pochi magnati. Proprio dai colossi della Silicon Valley, osserva il filosofo, arriva «un allarmismo continuamente alimentato», sui pericoli dell’Ai. A simili allarmi il filosofo oppone il titolo del primo discorso di Giovanni Paolo II, nel 1978, ovvero “Non abbiate paura”: «Se ci si fa schiacciare dalla paura, il risultato è che si lascia il lavoro agli altri».

Per altri intendendo la Silicon Valley: «Quando gli impresari americani dell’Ai si dicono preoccupatissimi in realtà stanno facendo pubblicità: il terrore è una delle forme più efficaci di pubblicità».

Noi tendiamo ad «antropomorfizzare» l’Ai, laddove bisognerebbe vederla per quel che è. «L’intelligenza artificiale non è certo quel che pensava di fare Alan Turing negli anni Cinquanta. I principi sono quelli, algoritmi di macchine pensanti, ma Turing pensava a una........

© Messaggero Veneto