Turchia-Iran: l’equilibrismo di Recep Tayyip Erdoğan
Che la Turchia si ponga sullo scacchiere mediorientale con atteggiamenti “peculiari” è cosa nota; la sua posizione geografica, il suo sistema politico che tratteggia caratteristiche “orientali” con appena sfumati connotati occidentali, la sua appartenenza alla Nato, la fede islamica che la accomuna a coordinate geopolitiche di alta criticità, sono solo gli elementi più evidenti che delineano la presidenza di Recep Tayyip Erdoğan. Una presidenza con modalità operative che oscillano tra apparenti ambiguità, interessi, diplomazie oscillanti, ricerca di un ruolo centrale nella geopolitica, oltre l’ossessione per il mantenimento del potere a ogni costo. Insomma l’applicazione di un pragmatismo diplomatico che sta spingendo Ankara a mantenere con i residui del governo ormai dei pasdaran, una strategica cauta neutralità, magari in attesa di nuovi interlocutori iraniani. Così le strategie diplomatiche di Erdoğan ondeggiano tra l’osservanza dell’appartenenza del suo Paese alla Nato, quindi a questo complesso e a volte stretto legame con l’Occidente, che comunque garantisce una rete di sostegni sia militari che politici, e le tattiche da applicare in funzione della cruciale posizione geografica della nazione che controlla, e che lo spingono ad evitare coinvolgimenti diretti nelle crisi, al fine di tutelare i suoi interessi regionali.
È su........
