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Trump fa il re perché mancano i contrappesi

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06.04.2026

Per fermare le mire di un presidente autoritario è necessario l’intervento dei suoi compagni di partito

Il “No kings day”, la giornata di manifestazioni anti-Trump negli Stati Uniti e in diversi Paesi del mondo, sollecita una riflessione su cosa ci sia di nuovo e di antico nel tentativo del presidente americano (in quanto titolare del potere esecutivo) di affermare la propria supremazia rispetto agli altri poteri (quello legislativo nelle mani del Congresso e quello giudiziario nelle mani, in ultima analisi, della Corte Suprema) nel processo decisionale della più potente nazione del globo. Questi tentativi sono stati piuttosto frequenti nei quasi due secoli e mezzo di vita degli Stati Uniti.

Facciamo qualche esempio. Andrew Jackson, presidente dal 1829 al 1837, rivoluzionò la politica americana rilanciando il potere esecutivo, in declino nei decenni precedenti, fino a ignorare del tutto sentenze della Corte Suprema (come quelle del 1831 e 1832 che, nella sostanza, affermavano l’indipendenza della Nazione nativa dei Cherokee). Il secondo esempio riguarda quello che, ancora oggi, è uno dei più popolari presidenti americani, Franklin D. Roosevelt. Per fronteggiare la Grande Depressione ricorse ripetutamente all’uso degli Executive Orders (3721 nei 12 anni della sua Presidenza, una media di 310 all’anno, contro i “soli” 225 di Trump nel 2025) e promosse nel Congresso (allora controllato saldamente dai democratici) leggi che delegavano parte del potere legislativo al Presidente. E quando la Corte Suprema dichiarò incostituzionali alcune di queste leggi, sostenne che occorreva aumentare il numero dei membri della Corte affiancando ai membri con più di settant’anni giudici di sua nomina con la scusa di ridurre il carico di lavoro eccessivo per i più anziani. Il terzo esempio è Richard Nixon che in un’intervista dopo le sue dimissioni giunse ad affermare che «se una cosa la fa il Presidente vuol dire che non è illegale», il che ricorda la recente intervista di Trump al New York Times in cui ha affermato che il solo limite ai suoi poteri globali viene dalla sua stessa coscienza. L’ultimo esempio è quello di George W. Bush. Sotto la spinta del suo Vice Presidente Dick Cheney rilanciò la “unitary executive theory” secondo cui il Presidente americano ha il totale controllo del potere esecutivo senza interferenze da parte del Congresso e della Corte Suprema.

Insomma, quello che fa Trump, al netto degli aspetti comunicativi legati alla sua personalità, non è senza precedenti. Una cosa però potrebbe essere diversa. In passato certi eccessi presidenziali vennero frenati dall’azione del Congresso e, in particolare, da chi, in Congresso, apparteneva allo stesso partito del presidente. La proposta di Roosevelt di aumentare i membri della Corte suprema fu rigettata dal Congresso coi voti del Partito Democratico. E Nixon si dimise prima del possibile voto di destituzione da parte del Senato quando capì che gli stessi senatori repubblicani avrebbero votato contro di lui consentendo il raggiungimento della necessaria maggioranza di due terzi. Nel caso di Trump, per ora, le cose sono state diverse. La disciplina di partito ha tenuto saldamente: a parte isolate defezioni i Repubblicani si sono schierati sempre con il presidente. Negli sviluppi futuri nel potere effettivo di King Donald (come viene chiamato dai critici) sarà quindi fondamentale la posizione dei parlamentari che appartengono al suo stesso partito.


© L'Espresso