Da cosa nasce la fiducia nella scienza
Non un elenco di verità consegnate una volta per sempre, ma un sistema che organizza il controllo degli errori. La domanda “come stabiliamo ciò che è vero?” conduce a una risposta che richiede un esercizio preciso di metodo
Un ricordo di Finazzi Agrò, il biochimico che seguiva le molecole fino alla vita
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L'AI può simulare la coscienza? Uno studio
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Anche recentissimamente, di fronte all’esposizione di dati che riguardavano l’efficacia della vaccinazione contro l’epatite A effettuata in Puglia, ho ricevuto la classica domanda ricorrente: “Chi stabilisce ciò che è vero?”.
È una domanda che ritorna spesso, soprattutto quando il dibattito pubblico si fa confuso, le fonti si moltiplicano e ciascuno invoca i propri esperti di riferimento. È una domanda comprensibile, perché nella vita ordinaria impariamo quasi tutto affidandoci a qualcuno. Ci fidiamo di un medico, di un insegnante, di un tecnico, di un autore che consideriamo serio. Gran parte di ciò che sappiamo ci arriva così, attraverso una catena di fiducia. Quando però il problema riguarda la verità nel senso più impegnativo del termine, cioè il rapporto tra ciò che affermiamo e il modo in cui il mondo funziona davvero, il punto centrale cambia.
Vorrei quindi provare a rispondere in modo molto sintetico, ma cercando di essere il più chiaro possibile. La questione decisiva riguarda il modo in cui controlliamo un’affermazione. L’autorità ha un ruolo importante, perché aiuta a orientarsi dentro campi complessi e permette di non ripartire ogni volta da zero. In molti casi è inevitabile, dato che nessuno può verificare da solo tutta la conoscenza accumulata dalla scienza e dalla tecnica. Però l’autorevolezza resta un tramite. Il fondamento vero sta nel metodo con cui una tesi viene esaminata.
L'epatite A in Campania e la politica vaccinale lungimirante della Puglia
Questo spostamento è essenziale. L’autorità, da sola, può generare ascolto, rispetto, influenza. Può anche favorire l’errore, se viene trattata come un criterio finale. La storia della conoscenza mostra con grande chiarezza che persone celebri, colte e potenti hanno sbagliato molte volte. Mostra anche che idee inizialmente marginali si sono rivelate corrette quando hanno trovato dati e strumenti adeguati a sostenerle. La verità, quindi, non si assegna per prestigio. Si costruisce attraverso procedure di controllo.
Qui entrano in gioco tre strumenti che hanno funzioni diverse: la logica, la matematica e il metodo scientifico. Tenerli distinti aiuta molto a capire come si forma una conoscenza affidabile.
La logica riguarda la correttezza del ragionamento. Serve a capire se una conclusione segue davvero dalle premesse, se i passaggi sono leciti, se un termine viene usato sempre nello stesso senso, se una deduzione è valida oppure scivola in una contraddizione. Chi scambia una coincidenza per una causa, chi generalizza partendo da pochi casi, chi usa parole elastiche per far passare una conclusione già decisa in partenza, sta commettendo prima di tutto un errore logico. La logica non descrive da sola i fatti del mondo, però impedisce di parlarne in modo confuso o ingannevole.
La matematica aggiunge precisione e soprattutto permette la condivisione e la verifica plurale di ipotesi senza ambiguità. Permette di definire grandezze, misurare differenze, descrivere relazioni e costruire modelli. Grazie alla matematica possiamo dire quanto un effetto sia grande, quanto un risultato sia compatibile con il caso, quale margine di errore accompagni una misura, quali conseguenze seguano da certe ipotesi. Dove tutto resta sul piano delle impressioni, la discussione tende facilmente a disperdersi. Dove invece esistono numeri, definizioni operative e modelli espliciti, diventa possibile controllare molto meglio ciò che si sta dicendo.
Il metodo scientifico porta questi strumenti dentro il confronto con la realtà. È l’insieme delle pratiche con cui sottoponiamo le idee a verifiche pubbliche e ripetibili. Una tesi scientifica non acquista valore perché formulata da una persona stimata, né perché appare intuitiva, né perché rassicura chi la ascolta. Acquista valore nella misura in cui regge di fronte ai dati, produce previsioni controllabili, sopporta il tentativo di essere smentita e continua a funzionare anche quando viene esaminata da altri gruppi, con strumenti indipendenti.
Qui si trova il cuore della questione. La scienza non è un elenco di verità consegnate una volta per sempre. È un sistema che organizza il controllo degli errori. Il suo pregio più alto non sta nell’infallibilità di chi la pratica, ma nel fatto che prova a ridurre il più possibile il peso dell’arbitrio individuale. In laboratorio, in epidemiologia, in fisica, in genetica, in climatologia, si lavora per fare in modo che il risultato non dipenda dal carisma di chi osserva o dalla sua abilità nel persuadere gli altri. Si costruiscono protocolli, si usano strumenti calibrati, si definiscono criteri di analisi, si introducono controlli, si richiedono repliche indipendenti. Tutto questo serve a una cosa molto concreta: tenere separato il dato dalle aspettative di chi lo raccoglie.
Stabilire ciò che è vero significa allora porre a ogni affermazione una serie di domande rigorose. È formulata in modo chiaro? I suoi termini possono essere definiti e misurati? Esistono osservazioni che la confermano oppure la mettono in difficoltà? Permette di distinguere tra il caso in cui è corretta e quello in cui è falsa? Regge quando viene esaminata in contesti diversi? Migliora la nostra capacità di prevedere ciò che accadrà o di spiegare ciò che è già stato osservato? Una tesi solida accetta questo tipo di esame. Una tesi fragile tende invece a rifugiarsi nell’ambiguità, oppure si dilata fino a poter contenere ogni risultato possibile.
Per questa ragione l’idea secondo cui ciascuno avrebbe “la propria verità” diventa molto problematica quando si parla del mondo fisico, biologico o storico. Ognuno ha certamente la propria esperienza, le proprie preferenze, i propri valori, il proprio punto di vista. Tutto questo conta nella vita umana. Però la temperatura di ebollizione di una sostanza, l’efficacia di un antibiotico, la presenza di un virus in un campione, il tasso di mortalità in una popolazione, non variano a seconda dell’opinione. Dipendono da fatti osservabili, da misure, dalla qualità dei dati e dal modo in cui quei dati vengono analizzati. La realtà materiale oppone resistenza ai nostri desideri. È proprio questa resistenza a rendere possibile una conoscenza seria.
Qui appare anche la forza civile del metodo scientifico. In una società complessa, attraversata da interessi economici, ideologici e istituzionali, il problema non è solo produrre conoscenza, ma farlo in una forma che renda possibile il controllo pubblico. Quando la scienza funziona bene, nessuno può rivendicare per sé un diritto speciale sulla verità. Un esperimento ben descritto può essere ripetuto. Un’analisi ben presentata può essere verificata. Un dataset reso accessibile può essere rianalizzato. Un protocollo esplicito può essere discusso e corretto. La verità scientifica, in questo senso, non appartiene a chi parla. Dipende dal processo con cui una certa affermazione ha superato prove severe.
Naturalmente questo non significa che la scienza sia immune da errori, pressioni o interessi. Gli scienziati restano esseri umani, con ambizioni, limiti e talvolta conflitti. Esistono studi deboli, analisi condotte male, risultati presentati in modo troppo ottimistico, pubblicazioni premature, effetti di moda, conformismi di gruppo. Proprio per questo il metodo conta più delle persone. La fiducia nella scienza non nasce dall’idea che gli scienziati siano superiori agli altri sul piano morale. Nasce dal fatto che la scienza possiede strumenti migliori per far emergere gli errori, discuterli apertamente e correggerli.
Anche la revisione tra pari, la cosiddetta peer review, va compresa nel modo giusto. È un passaggio importante, perché migliora molti lavori, segnala problemi evidenti e costringe gli autori a rendere più chiari metodi e argomenti. Però non assegna una patente definitiva di verità. Un articolo pubblicato è un risultato che ha superato un primo filtro serio. Da lì in poi contano la riproducibilità, la convergenza con altri dati, la tenuta nel tempo e la capacità di resistere a critiche fondate. La pubblicazione scientifica è un punto rilevante del percorso. Il controllo della conoscenza continua anche dopo.
Questo modo di procedere richiede una disciplina mentale particolare, perché la verità scientifica raramente si presenta sotto forma di certezza assoluta. Più spesso prende la forma del miglior giudizio disponibile in un dato momento, sulla base delle prove raccolte e dei metodi impiegati per valutarle. Questa formulazione può sembrare prudente, e in effetti lo è. La sua forza sta proprio nella prudenza. Chi dice “questo è ciò che sappiamo fin qui, con questo grado di affidabilità” sta mostrando rispetto per i dati e per i limiti della propria conoscenza.
Per tutti noi tutto questo ha conseguenze molto pratiche. Quando si incontra un’affermazione impegnativa, la prima domanda utile non riguarda la simpatia di chi la formula, né il suo peso mediatico. Conviene chiedersi quali dati la sostengano, come siano stati raccolti, quali controlli siano stati previsti, quali ipotesi alternative siano state prese in considerazione, se esistano repliche indipendenti, quale fatto potrebbe smentirla. Una tesi che elude sistematicamente queste domande mostra già un problema di struttura.
In fondo, il metodo scientifico è una forma di educazione della mente, un’educazione conseguibile e migliorabile con l’allenamento. Insegna a distinguere tra ciò che percepiamo e ciò che possiamo documentare. Insegna a separare ciò che immaginiamo da ciò che siamo riusciti davvero a mettere alla prova. Insegna anche una particolare forma di umiltà, perché ricorda continuamente che il mondo ha una sua consistenza indipendente dalle nostre convinzioni. Possiamo elaborare teorie eleganti, costruire narrazioni molto persuasive, difendere sistemi di pensiero perfettamente coerenti al loro interno. Poi arriva un dato inatteso, una misura robusta, un esperimento replicato bene, e costringe a rivedere il quadro. È lì che la conoscenza mostra la sua serietà.
La domanda “come stabiliamo ciò che è vero?” conduce dunque a una risposta che richiede un esercizio preciso di metodo. Lo svolgiamo definendo bene i problemi, raccogliendo osservazioni affidabili, formulando ipotesi controllabili, ragionando con rigore, misurando con precisione, sottoponendo le conclusioni a verifica pubblica e accettando che possano emergere errori. Proseguiamo mediante la logica, con la matematica, attraverso gli esperimenti, grazie all’analisi dei dati e alla replica indipendente. Soprattutto, esaminando e costruendo procedure che valgano più del prestigio di chi parla.
Ed è forse questa una delle conquiste più profonde della modernità scientifica. Il baricentro della verità si è spostato dalle persone ai metodi. L’esperto conta, e conta molto, quando sa mostrare come si arriva a una conclusione, quali prove la sostengano e quali condizioni potrebbero metterla in discussione. Conta cioè non per ciò che dice, ma per come lo dice, dove per “come” intendiamo quanto aderisce alle regole di un metodo condiviso da tutti gli altri esperti.
