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Solo la televisione può catapultare Sal Da Vinci nel dibattito sulla giustizia

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15.03.2026

Nel nuovo libro di Aldo Grasso, trentasei anni di critica televisiva diventano uno specchio impietoso del paese: dai talk show che hanno "mangiato la realtà" al Grande Fratello al cantante finito nel dibattito sulla riforma Nordio. Perché in Italia la separazione più difficile resta quella tra il cazzeggio e la tragedia

Sal Da Vinci e la riforma Nordio. Sal Da Vinci usato come “gong” nei comizi del Sì. Sal Da Vinci in bianco sposa o cameriere che invece vota No, come tutte le coscienze critiche e cinematografare del paese – notizia che ha girato, ha fatto discutere, finché Gratteri l’ha smentita: tanto coi neomelodici faremo i conti dopo il referendum.

Come si fa a raccontare un paese così? Come si fa a raccontare un’Italia allegra, incarognita, saldavincizzata, che balla, canta e sculetta tra le ragioni del Sì e del No? Si potrebbe, per esempio, partire dall’ultimo libro di Aldo Grasso. Si intitola “Cara Televisione”, lo pubblica Raffaello Cortina, è “una storia d’amore e altri sentimenti” che parla naturalmente di tv, ma che ha molto a che fare con tutto il resto. Solo chi non ha mai visto una puntata del “Castello delle cerimonie” può infatti stupirsi di questo gigantesco effetto “specchio del paese”, con una tammurriata-disco, un po’ Mario Merola un po’ Gloria Gaynor, che si infiltra nel dibattito sul sorteggio del Csm o la separazione delle carriere – così come solo chi non conosceva “The Apprentice” restò incredulo dopo l’elezione di Trump.

“Ogni volta che mi capita di guardare una puntata de ‘Il castello delle cerimonie’”, scrive Grasso, “mi chiedo perché qualche bravo studioso dei fenomeni antropologici non abbia ancora dedicato i suoi studi al programma” – programma che non è solo “un’invenzione televisiva”, ma “un’interpretazione della realtà, un modo di intendere la vita”. Eccoci. Un tempo si diceva che per capire un paese bisognerebbe guardare la sua televisione. Forse nell’epoca di Netflix non si dice più, ma in Italia è un adagio che volendo funziona ancora.

Come creatura televisiva, Sal Da Vinci scaturisce dalla micidiale combinazione di Sanremo e del “Castello delle cerimonie” – e davvero mi risulta difficile immaginare qualcosa di più arcitaliano. Il fatto che entri nella campagna referendaria ci ricorda che da noi la separazione più complicata è sempre quella tra il cazzeggio e la tragedia – come sapeva bene Flaiano. Ma anche che la televisione, nonostante tutto, non è poi così morta come ci raccontiamo da anni. Solo la tv è ancora capace di catapultare un neomelodico nel dibattito costituzionale. Solo la televisione è ancora capace di produrre il fatto comune, la cosa di cui tutti parlano, il personaggio che entra nella conversazione collettiva con la forza di una canzone che non riesci a toglierti dalla testa. Cose del resto che Aldo Grasso sa da sempre. “Nel momento in cui scrivo, sono trentasei anni che ogni sera guardo la televisione, che ogni mattina redigo una rubrica di critica, che ogni giorno mi confronto con Lei (le devo almeno la maiuscola). Una follia, forse, di cui però non mi pento”.

Grasso racconta la televisione che ha visto – quarant’anni di programmi, conduttori, talk show, telegiornali, reality, tutto. Ma mentre la racconta si guarda indietro e si guarda intorno. Cerca di capire quel che resta della tv, quel che diventerà, come siamo arrivati a Carlo Conti e perché moriremo di “crime”. Cerca di capire il grillismo del Var e perché le telecronache sportive sono diventate........

© Il Foglio