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"Te sei venduto pe' du spicci". Lo sfruttamento sistemico dietro la nostra indignazione stagionale

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05.06.2026

Ma attenzione: non quello di un tempo, fatto di regole chiare, di appartenenza viscerale e di lealtà sul campo. È un campionato dove le regole sono scritte negli uffici del business, dove il risultato è predeterminato dai bilanci e dove anche la passione più pura viene trasformata in prodotto da monetizzare. Se è troppo commerciale allora non merita più di essere guardato. Come se il dare un prezzo a qualcosa avesse raggiunto l’apice dell’insostenibilità. Abbiamo bisogno di un colpevole da sbranare, di un’icona da abbattere per sentirci, per un istante, moralmente superiori. Ma mentre ci dividiamo tra difensori della cultura e giustizieri dell'ipocrisia, il sistema che genera lo sfruttamento resta intatto, solido e, soprattutto, invisibile.

"Te sei venduto pe due spicci". È il mantra che risuona come un’eco nelle nostre teste, quella voce che ci sgrida ogni volta che proviamo a fare il salto. Ed è anche una parte del titolo di una delle serie Netflix più chiacchierate del momento. Usare questa espressione, così popolare e tagliente, è la chiave per far atterrare il discorso: perché parlare di "due spicci" significa scendere dal piedistallo della teoria e parlare la lingua di chi vive il precariato. Zerocalcare non è diventato un fenomeno mainstream per caso, ma perché ha saputo cristallizzare quel senso di colpa paralizzante di chi ha visto il proprio quartiere,........

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