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Ageismo e pregiudizi: come la nostra percezione influenza l’invecchiamento

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«Il cervello umano è come un giardino: ogni volta che faccio attività nuove e diverse dal solito, scopro e coltivo un nuovo angolo del giardino» così Erika Borella, psicologa esperta nel campo dell’invecchiamento e della longevità e professoressa all’Università di Padova, riassume il funzionamento del nostro sistema. Tradotto: uscire dalla comfort zone, provare e sperimentare esperienze nuove è la chiave per mantenere un cervello allenato e, di conseguenza, invecchiare meglio.

Ma sul concetto di invecchiamento c’è ancora un po’ di confusione, spiega Borella. Non è, a discapito di quanto si possa pensare, un processo che riguarda solo gli anziani: «Secondo alcune specifiche prospettive psicologiche, come quella dell’arco di vita, si inizia a invecchiare quando si nasce. E’ sostanzialmente un cambiamento costante in ogni fase della vita».

Nell’immaginario collettivo l’invecchiamento è legato esclusivamente al deterioramento fisico e mentale e alla perdita di capacità cognitive. Un’equazione che ha portato negli anni a sottovalutare e snobbare gli anziani. Si è sviluppata insomma una forma di ageismo, ovvero la discriminazione verso una specifica classe d’età. Ancora oggi il peso dei pregiudizi in questione influisce negativamente sul modo di invecchiare.

La stabilità emotiva degli anziani

Si pensi alle emozioni degli anziani: nelle rappresentazioni mediali sono spesso brontoloni, insoddisfatti e testardi. Ma gli studi dicono altro. «E’ il paradosso del benessere: le persone anziane gestiscono molto meglio le emozioni. Il motivo? Tendono a prediligere ricordi positivi e a rielaborare vecchie esperienze in maniera positiva».

Anche perché, per questioni anagrafiche, «percepiscono il tempo in maniera più........

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