C’era una volta la «questione meridionale»
«Io non vedo una questione settentrionale e una questione meridionale, ma esiste una questione nazionale». Le parole pronunziate ieri da Giorgia Meloni al Senato, nei fatti, sembrano chiudere — almeno a parere del Governo, perché dall’opposizione sono piovute critiche feroci — una storia che per i più ha origine ben 153 anni fa, nel 1873, allorché l’avvocato e giornalista friulano Antonio Billia, esponente dell’estrema sinistra, utilizzò per la prima volta in Parlamento il termine «questione meridionale» per definire la disastrosa situazione economia del Mezzogiorno rispetto alle altre regioni del Paese. Ora, al di là del fatto che alcuni studiosi contestano questa ricostruzione, spostando la nascita dell’espressione un paio di decenni più avanti, resta l’odierno dato politico. Che evidentemente non è di poco conto. Certo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha tenuto a precisare che l’Esecutivo «continuerà a investire per il Sud», ricordando che «è proprio grazie al lavoro fatto fino ad oggi che il Mezzogiorno non è più il fanalino di coda della nazione»; però è altrettanto vero che la prima novità — annunciata sempre ieri a Palazzo Madama — riguarda l’intenzione di estendere «alcuni meccanismi» della Zes Unica, finora quasi esclusivamente limitata al Sud (con risultati più che positivi), a «tutto il territorio nazionale: semplificare, ridurre la burocrazia, rendere la vita più facile a chi vuole investire — ha detto — è un passo avanti decisivo che non deve conoscere limitazioni». Considerato che la crescita del Pil, soprattutto nel Meridione, è stata sostanziosa ma in larga parte supportata dal Pnrr (che sta per scadere) e che l’aumento dei posti di lavoro ha appena scalfito i drammatici dati relativi ai tassi d’occupazione giovanile e femminile — che qui restano tra i peggiori d’Europa — non si comprende l’idea di allargare la Zona economica speciale, figlia dell’intuizione di Raffaele Fitto, rischiando seriamente di depotenziarne gli effetti.
Gli unici esiti, peraltro, in grado di rappresentare una fonte strutturale di sviluppo. Sotto il profilo strettamente politico, poi, a meno di un mese dalla sonora bocciatura referendaria che il Mezzogiorno intero — con la Campania e Napoli in testa — ha riservato al Governo e alla sulla (ormai ex) riforma della Giustizia, appare ancora più incomprensibile il tentativo di chiudere la «questione meridionale» con un’informativa parlamentare. Tanto più se ciò accade a pochi giorni dal rilancio dell’iter per l’autonomia differenziata. Chissà, forse nel Governo — dove dopo l’uscita di Fitto in direzione Commissione europea non si è ancora intravista una figura in grado di reggere il confronto nel e per il Sud — starà prevalendo una linea (elettorale?) orientata più verso il Centronord. Strategia che, evidentemente, potrebbe creare non pochi problemi al centrodestra meridionale, già alle prese con svariati grattacapi.
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10 aprile 2026 ( modifica il 10 aprile 2026 | 08:31)
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