La Bce aumenta i tassi
Il rialzo dei tassi BCE ridisegna il costo del denaro: effetti su mutui variabili e fissi, prestiti, depositi e BTP, tra opportunità per la liquidità e scelte da valutare nei prossimi mesi. La Banca centrale europea ha aumentato di ieri di altri 25 punti base i tre tassi ufficiali, con effetti dai livelli precedenti del 2026 ai nuovi valori: 2,50% sui depositi, 2,65% sulle operazioni di rifinanziamento principali e 2,90% sui prestiti marginali. La decisione del 10 settembre 2026 arriva dopo il ritorno dell’inflazione sopra l’obiettivo del 2% e rende più costoso il denaro per famiglie, imprese e Stati. L’impatto, però, non è uguale per tutti: cambia a seconda che si parli di mutui, prestiti, depositi o titoli di Stato.
Il rialzo non indica automaticamente quale sarà il percorso dei tassi nei prossimi mesi. La BCE continuerà a valutare le decisioni riunione dopo riunione, guardando a inflazione, crescita, salari, energia e condizioni finanziarie. Per chi deve pagare una rata o gestire i propri risparmi, la distinzione da tenere presente è quella tra gli effetti già incorporati nei mercati e le conseguenze che dipenderanno dai dati in arrivo. La stretta monetaria segue l’aumento dei prezzi dell’energia collegato alla guerra in Medio Oriente. Nell’area dell’euro l’inflazione ha raggiunto il 3,3% su base annua nell’agosto 2026, il livello più alto dal settembre 2023. Il rincaro del petrolio si vede subito sui carburanti e sui costi di riscaldamento; con il tempo, però, può arrivare anche ai prezzi di beni e servizi.
Le proiezioni dello staff dell’Eurosistema stimano un’inflazione media del 3,0% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del 2,1% nel 2028. Per il prodotto interno lordo, la crescita prevista è dello 0,9% nel 2026, dell’1,4% nel 2027 e dell’1,5% nel 2028. Il quadro che ne emerge è quello di prezzi ancora elevati, accompagnati da un’espansione economica contenuta. Si tratta di proiezioni, non di impegni vincolanti per la banca centrale. Se lo shock energetico durasse meno del previsto, l’inflazione potrebbe rientrare più rapidamente. Prezzi elevati e persistenti, al contrario, aumenterebbero il rischio di ricadute su salari, servizi e aspettative. La BCE ha già indicato che la risposta dovrà restare proporzionata a scenari differenti, senza anticipare le decisioni future.
Chi ha già sottoscritto un mutuo a tasso fisso mantiene la rata prevista dal contratto. Il rialzo deciso il 10 settembre 2026 non modifica direttamente quel finanziamento. La situazione è diversa per chi deve firmare un nuovo mutuo, perché il tasso fisso dipende soprattutto dall’IRS, parametro collegato alle aspettative sui tassi a medio e lungo termine, all’inflazione e ai rendimenti obbligazionari.
L’IRS può quindi cambiare anche quando la BCE lascia fermi i tassi ufficiali. Se aumentano le aspettative d’inflazione o i rendimenti dei titoli di Stato, le nuove offerte a tasso fisso possono diventare più costose. Se le attese scendono, può accadere il contrario. Nel confronto tra proposte occorre guardare al TAEG, che include il tasso e le principali spese del finanziamento, non soltanto al TAN.
Il variabile può partire da una rata più bassa, ma lascia aperta la possibilità di revisioni future. Il fisso incorpora una forma di protezione: la rata iniziale può essere più alta, però resta prevedibile per tutta la durata prevista dal contratto. La scelta dipende dal reddito, dalla riserva disponibile, dalla durata del mutuo e dalla capacità di assorbire eventuali aumenti. Non basta osservare la differenza tra le due rate al momento della firma.
In una simulazione del 2026 su un mutuo da 100.000 euro in 30 anni, il variabile al 2,8% produceva una rata di circa 411 euro. Con un fisso al 3,4%, la rata risultava di circa 443 euro. Se l’Euribor fosse salito al 4%, nello stesso esempio il TAN variabile sarebbe arrivato al 4,3% e la rata a circa 495 euro. Si tratta di scenari esemplificativi, non di offerte bancarie. Il costo del denaro incide anche sui prestiti personali, sul........
