Il caso Roggero, legittima difesa o vendetta?
Ci sono vicende giudiziarie che diventano molto più di un processo: diventano simboli. Il caso di Mario Roggero è una di queste. Ma quando un fatto di cronaca viene trasformato in una bandiera politica, il rischio è sempre lo stesso: la realtà lascia il posto alla propaganda, il diritto viene sacrificato agli slogan e la complessità si dissolve nella ricerca del consenso. Per una parte della politica, Roggero è stato elevato a emblema del cittadino abbandonato dallo Stato, costretto a difendersi da solo e poi addirittura processato.
Una narrazione potente sul piano emotivo, ma incompleta su quello giuridico. Perché il punto centrale della vicenda non è mai stato il diritto di difendersi. Quel diritto nessuno lo ha mai messo in discussione. Il punto è un altro: quando finisce la legittima difesa e quando inizia la giustizia privata. Ed è proprio qui che il dibattito pubblico ha smesso di parlare di diritto per iniziare a parlare di politica. La dinamica dei fatti è ormai nota. Tre rapinatori entrano armati nella gioielleria di Roggero, lo minacciano, lo immobilizzano e si impossessano del bottino. Un episodio gravissimo, che nessuno può minimizzare. Ma il momento decisivo arriva subito dopo. I rapinatori escono dal negozio e si danno alla fuga. Roggero recupera la propria pistola, li insegue all’esterno e spara numerosi colpi, uccidendone due e ferendo gravemente un terzo.
È questa successione temporale a........
