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Perché Trump e l’Iran sono arrivati al cessate il fuoco

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08.04.2026

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Perché Trump e l’Iran sono arrivati al cessate il fuoco

Il risultato finale dell’ennesimo ultimatum di Donald Trump è un cessate il fuoco di due settimane e l’apertura di autentici negoziati fra le parti. Il sollievo è generale, e non riguarda solo il prezzo del petrolio, che è immediatamente sceso del 15 per cento. Se le centrali elettriche iraniane non sono state ancora attaccate, come il presidente aveva annunciato, è per almeno due ragioni. Se l’Iran ha accettato di riaprire lo stretto di Hormuz è per una terza ragione.

La prima ragione che ha spinto Trump alla moderazione riguarda specificamente il contenuto della sua minaccia e le probabili conseguenze della sua messa in atto: se davvero americani e israeliani da ieri notte si fossero accaniti sistematicamente contro le centrali elettriche e altre infrastrutture civili iraniane, i Guardiani della rivoluzione avrebbero reagito con rappresaglie contro le infrastrutture dell’industria oil & gas e gli impianti di dissalazione dell’acqua dei paesi arabi del Golfo tali da causare un’emergenza umanitaria di vaste proporzioni e la paralisi del commercio mondiale di idrocarburi. Nonostante le migliaia di obiettivi colpiti da americani e israeliani in Iran, i pasdaran dispongono ancora di una quantità sufficiente di missili e di droni per seminare il caos nei paesi della regione e mandare in recessione l’economia mondiale. Si può presumere dunque che quello di Trump sia stato un bluff ben riuscito: non avrebbe davvero fatto quello che aveva annunciato di stare per fare, ed ha ottenuto quello che voleva, la riapertura dello stretto di Hormuz. E ora sappiamo anche che i contatti fra americani e iraniani mediati da Pakistan, Egitto e Turchia erano più intensi di quello che si poteva immaginare.

La “diplomazia” di Trump

La seconda ragione riguarda la peculiare idea di negoziato e di diplomazia che il presidente americano ha dimostrato già in precedenza di avere. Circola da qualche giorno una vignetta che riproduce i volti di alcuni dei più famosi statisti della storia accompagnati da fumetti contenenti loro frasi famose in tema di diplomazia. C’è il cardinal Richelieu: «Negoziate sempre, anche quando fate la guerra»; e Talleyrand, ministro e ambasciatore della Francia sotto tre re diversi: «Soprattutto niente zelo»; l’asburgico principe Metternich: «Gli avvenimenti che non possono essere impediti devono essere diretti»; e infine Trump: «Aprite quello stramaledetto stretto, pazzi bastardi!».

Ancora oggi si discute se il presidente F.D. Roosevelt abbia veramente detto del dittatore del Nicaragua Anastasio Somoza «è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana»: gli archivi della Casa Bianca sono stati passati al setaccio senza successo per trovare traccia di questa asserita dichiarazione, riportata per la prima volta dal settimanale Time nel 1948. Ma in ogni caso una tale frase sarebbe stata pronunciata durante un summit confidenziale, e non pubblicamente. Per Donald Trump invece la violenza verbale e il linguaggio grossolano devono essere espliciti e registrabili, in quanto ingredienti insostituibili della diplomazia come lui la intende. La sua strategia politica generale sia nelle materie di politica interna che in quelle di politica internazionale è detta “shock and leverage”, “sconvolgimento e leva”: la parola “leverage”, che allude agli asset di cui l’amministrazione dispone per esercitare le sue pressioni su alleati e avversari, è preferita ad altre per il richiamo al mondo della finanza, dove essa indica la capacità di investimento di cui si dispone dopo essersi indebitati per aumentarla.

Fare accordi coi “pazzi bastardi”

Dunque attraverso Trump l’America deve sempre apparire più di quel che è, annunciare sempre più di quello che può o che vuole fare realmente. Questa tattica genererebbe incertezza e paura nell’interlocutore e lo spingerebbe a sottomettersi alle richieste americane, in tutto o in parte. Evidentemente si tratta di una tattica di trattativa propria del mondo degli affari, praticata dal Trump imprenditore nel settore dell’immobiliare americano, che trasportata nel mondo delle relazioni internazionali non è detto che funzioni: minacciati di disimpegno degli Usa dagli affari europei, i paesi della Nato hanno promesso di portare il loro bilancio militare al 5 per cento del Pil nel giro di pochi anni, ma non è detto che lo faranno veramente; sulla questione della Groenlandia la tattica “shock and leverage” ha fallito: gli europei hanno mantenuto fermo il punto che l’isola non sarebbe stata venduta agli Stati Uniti, e Trump non ha avuto l’ardire di ordinarne l’occupazione militare; il bluff è stato scoperto.

Per il momento ha funzionato con l’Iran, dove lo shock era rappresentato da bombardamenti e uccisioni di alti dirigenti, e il leverage era costituito dalla presunta capacità americana di distruggere l’infrastruttura economica del paese. Staremo a vedere. Per adesso la sfida all’O.K. corral è rinviata: i “pazzi bastardi”, gli “animali” da oggi sono gli interlocutori di una trattativa di pace.

Polarizzare l’opinione pubblica

Un altro motivo dello stile guascone del presidente e del suo linguaggio da bettola è di ordine interno. Trump si presenta agli occhi degli elettori dei ceti popolari come uno di loro, immerso negli stessi codici linguistici e comportamenti volgari in parte determinati dai conflitti fra poveri nella vita reale, in parte modellati sui linguaggi e comportamenti delle trasmissioni televisive che alimentano la cultura di massa. Lo stile diplomatico di Trump è imparentato con lo schiaffone che Will Smith infligge a Chris Rock alla consegna degli Oscar per una battuta del comico sulla moglie dell’attore, con l’irruzione di Kayne West sul palco degli Mtv Video Music Awards per interrompere il discorso di Taylor Swift e gridare che il premio lo meritava la sua amica Beyoncé, con le ripetute risse dei talk show generalisti, di cui il capostipite è stato il Jerry Springer Show.

D’altra parte il linguaggio volgare e minaccioso è divisivo e polarizza l’opinione pubblica, ed è proprio puntando sulla polarizzazione del dibattito politico e sulla radicalizzazione del conflitto elités-impoveriti che Trump ha vinto due elezioni presidenziali e ne ha persa un’altra di poco. Richelieu, Talleyrand, Metternich erano nobili e/o alti ecclesiastici tenuti a onorare e veder riconosciuta la propria posizione sociale anche attraverso i modi raffinati e i contenuti prudenti della loro azione diplomatica, Trump incarna la democrazia plebiscitaria degli uguali che non riconoscono aristocrazie né del sangue né del merito, ma solo oligarchie familiari della finanza e del mondo accademico altezzosamente progressista da abbattere come nemiche della vera America.

Infine la diplomazia muscolare e schizofrenica (Trump mostra di voler a tutti i costi un accordo con gli stessi che definisce pazzi bastardi e animali) del presidente vuole essere una manifestazione dell’imporsi della rivoluzione di cui si considera il portatore: la rivoluzione che restituirà agli Stati Uniti il ruolo egemonico che meritano e che avrebbero perso durante le ultime amministrazioni di presidenti democratici.

Di solito a rompere gli schemi vigenti delle relazioni internazionali e multilaterali sono le potenze revisioniste che aspirano a un ruolo maggiore negli equilibri di potere mondiali e le nuove potenze emergenti da una rivoluzione nazionale. Un caso di scuola è proprio quello della Repubblica islamica dell’Iran, che non appena proclamata permise che avesse luogo un atto di rottura dalle vaste conseguenze come il sequestro del personale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran.

Trump rappresenta il tentativo di conservare l’egemonia degli Stati Uniti nel sistema internazionale rompendo le stesse regole che furono fissate al servizio di quell’egemonia nel momento in cui essa prendeva forma, subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Quelle regole, che dovevano servire a frenare l’ascesa dei competitor, sono diventate zavorra. Verranno riscritte e rifissate quando Washington sarà certa di aver ridimensionato l’ascesa della Cina ed eliminato i poteri che iniettano disordine nel sistema, come l’Iran. Può volerci molto tempo e può non riuscire. È più probabile che agli Usa non sia consentito di riscriverle da soli.

Perché l’Iran ha accettato

Il motivo per cui l’Iran ha accettato le condizioni per un armistizio di due settimane propedeutico a un’intesa le abbiamo accennate qualche giorno fa: non è nell’interesse degli iraniani alimentare l’escalation di una guerra che finirebbe per azzerare la loro industria petrolifera. Da quest’ultima dipende direttamente o indirettamente il 70 per cento dell’economia del paese: senza estrazione e commercializzazione del petrolio la Repubblica islamica, che si basa su fattori materiali inseparabili da quelli teologici, si affloscerebbe su se stessa in poco tempo. E mettere alla prova Trump per scoprire se il suo era un bluff sarebbe stato troppo rischioso: messo con le spalle al muro di una “endless war” il presidente avrebbe potuto decidere che fra la prospettiva di una recessione economica americana e mondiale risultato dell’intransigenza iraniana che non consentiva di avviare un vero negoziato e una recessione conseguente a un’opera di distruzione del tessuto industriale e istituzionale che avrebbe ridotto l’Iran a stato fallito, la seconda opzione, per quanto catastrofica, era meglio della prima.

A questo si aggiunga che non solo gli Stati Uniti come molti hanno scritto, ma anche l’Iran è a corto di armamenti dopo quaranta giorni di intensi bombardamenti israelo-americani e di sue rappresaglie contro i paesi del Golfo. Che l’usura degli arsenali avrebbe accorciato i tempi della guerra lo avevamo scritto in tempi non sospetti. Quello che non arriva dalla ragionevolezza umana a volte arriva dalla mera necessità, dai vincoli di realtà. Grazie al Cielo.

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