Giallo sui cimeli di Gino Bartali, svuotacantine a processo: “Li ha sottratti alle nipoti”
Da sinistra, lo svuotacantine Giovanni Spenga e Gino Bartali (1914-2000), uno dei campioni più amati della storia
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Macerata, 7 marzo 2026 - Uno degli oggetti più curiosi è un’agendina, con la copertina nera, sulla quale il grande Gino Bartali annotava quotidianamente allenamenti e alimentazione. Ma ci sono anche documenti, fotografie, targhe, medaglie e coppe. Tutti cimeli appartenuti al campione toscano, l’uomo che con le sue imprese ha scritto l’epopea del ciclismo, ora finiti al centro del processo che si aprirà il 22 ottobre a Macerata. L’imputato è accusato di furto e nega tutto.
Lo svuotacantine: “Non ho rubato nulla”
Si chiama Giovanni Spenga, 58 anni, vive a Senigallia e di mestiere fa lo svuotacantine. Si sarebbe appropriato di oggetti e memorabilia appartenuti a Bartali nella casa del primogenito del ciclista, Andrea, deceduto nel 2017. “Ma io – replica l’imputato – non ho rubato nulla, quei cimeli, alcuni dei quali restaurati dal sottoscritto, erano contenuti dentro scatoloni che le figlie di Andrea, nipoti di Bartali, avevano accatastato per essere smaltiti”. Insomma, secondo Spenga da quel momento non appartenevano più alla famiglia Bartali ma a lui.
La vicenda è emersa l’altro ieri nel corso di un’udienza predibattimentale in tribunale a Macerata, davanti al giudice Enrico Pannaggi e al pubblico ministero Rocco Dragonetti. La storia era cominciata quando le figlie di Andrea Bartali, primogenito di Gino, e dunque nipoti del campione di ciclismo, Stella e Gioia, avevano cercato uno svuotacantine per smaltire vecchio mobilio nell’abitazione a Montefano del loro papà, venuto a mancare il 23 giugno del 2017. Così avevano preso contatti con il 58enne per portare via delle cose.
“Che sono in buona fede lo dimostrerò a processo”
“Ho agito in buona fede – spiega Spenga, che è difeso dall’avvocato Marco Subiaco –. Ho conosciuto la signora Bartali attraverso un annuncio, cercava qualcuno per lo sgombero. Non sapevo nemmeno che fosse la nipote di Gino. Me lo ha detto il marito, quando, mentre stavo caricando la roba da portare via, ho preso in mano un trofeo”. Insomma, secondo Spenga, una scoperta casuale. “Ho fatto due viaggi – continua, poi ho avuto un incidente. Mentre ero fermo, tra un antidolorifico e l’altro, ho preso in mano uno di quei faldoni, dentro c’erano tanti documenti e fotografie di Gino Bartali. Erano ammuffiti e li ho restaurati personalmente, poi ho contattato il presidente dell’associazione Amici del Museo del Ciclismo Gino Bartali, a Firenze, per vendere qualcuna di queste cose. Alla fine, ho deciso di tenerle. Poco dopo è arrivata la denuncia. La polizia ha sequestrato alcuni dei cimeli nel mio magazzino”. In ogni caso, Spenga non ha dubbi: “Ho ottime credenziali e ho sempre ottenuto recensioni positive al mio lavoro. Che sono in buona fede lo dimostrerò a processo”.
La nipote di Bartali: “Stiamo dedicando tutta la nostra vita a onorare la memoria del nonno”
Secondo l’accusa, invece, lo svuotacentine, il 18 marzo 2024, approfittando dell’incarico ricevuto di portare via alcuni oggetti selezionati dalle nipoti del ciclista, accantonati nel garage e nel salotto, si sarebbe impossessato senza autorizzazione di fotografie, documenti, targhe e medaglie, tutti oggetti che poi sarebbero stati messi in vendita. Dopo la segnalazione del presidente dell’associazione del Museo, le due nipoti hanno sporto denuncia. Le donne si sono costituite parte civile, assistite dall’avvocato Gerardo Pizzirusso. “Stiamo dedicando tutta la nostra vita a onorare la memoria del nonno – ha detto Gioia Bartali – Andremo avanti fino a che non ci verranno restituite tutte le sue cose”.
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