Un giorno in Cisgiordania, le vite sul confine e tutte le barriere che separano israeliani e palestinesi: casa, salario, diritti e giustizia
Un soldato israeliano allontana un giovane palestinese con un bambino in braccio nella città vecchia di Hebron
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La scossa nera del cardamomo, mentre lo za’atar libera dall’olio un sentore d’erba e di pietra scaldata al sole. Lo sbuffo denso e dolce della pita spezzata. Poi il cumino punge il respiro e un afrore d’aglio annuncia lo shawarma che sfrigola sulla brace, rosso e acido di summacco. Vapori densi, viscerali, si confondono tra le finestre senza fermarsi al checkpoint.
Avvolgono le speranze mattutine di Samir e Noam. I due abitano a pochi chilometri di distanza. Il primo a Susiya, comunità palestinese a sud di Hebron; il secondo a Susya, insediamento israeliano fondato nel 1983. Lo stesso giallo della pietra macchia le stesse colline di ulivi e terra riarsa. Ma la porta di casa apre cieli diversi. La Cisgiordania è un teatro di vite sospese e parallele. Non ha i confini di uno Stato. È un bivio obbligato di documenti e divieti, paure e orari.
Samir esce di casa un po’ prima delle otto. Condivide l’ufficio con Noam, a Kiryat Arba, ma ci mette di più per arrivare. Per strada può........
