Fabrizio Biggio: “Firenze? Ho vissuto quella prima dei B&B, quando si giocava a pallone in Santa Croce fino a tarda sera”
Fabrizio Biggio con il camice del dottor Anselmi nella fiction ’Le donne libere’
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Firenze, 22 marzo 2026 – Fabrizio Biggio è conosciuto dal grande pubblico per ’I Soliti Idioti’ (sitcom e film insieme a Francesco Mandelli), per i programmi radio-tv con Fiorello (’Viva Rai2!’ e ’La Pennicanza’), per gli ‘incredibili’ libri per bambini. E ora per la serie drammatica ’Le libere donne’ su Raiuno (il 24 marzo le ultime due puntate).
Chi è veramente Fabrizio?
“Beh, credo che sia la domanda più complicata che mi potesse fare. Di solito preferisco che me lo dicano gli altri chi sono… per capirlo da solo mi servirebbe una ventina di anni di psicanalisi (ride, ndr)! Comunque una cosa posso dirla: credo di essere una brava persona”.
Dalle risate alla storia drammatica dello psichiatra e poeta Tobino: come si passa da ‘maschere’ così distanti?
“Ci sono ’maschere’ che mettiamo nella vita di tutti i giorni, ovviamente, e poi ci sono quelle che metto per fare il mio lavoro di attore. E quelle adoro metterle: mi è sempre piaciuto trasformarmi e diventare qualcun altro, qualcuno di completamente diverso da me. Con ’I Soliti Idioti’, insieme a Francesco, ne abbiamo fatto un marchio di fabbrica. Mi mancava solo una maschera: quella drammatica e sono stato felice di avere l’occasione di indossarla. Nella fiction (prodotta da Endemol Shine Italy) interpreto il ruolo di uno psichiatra in un manicomio femminile degli anni Quaranta, il mio è un personaggio un po’ più leggero rispetto alla storia che è molto forte e veramente drammatica. Il mio personaggio sono un viveur, uno a cui piace scherzare e sdrammatizzare sempre tutte le situazioni. Un po’ come sono io nella vita. Nella serie divento il migliore amico del protagonista – interpretato da Lino Guanciale –, lo sostengo nella sua battaglia per rendere il manicomio un posto migliore”.
Le hanno mai detto ‘lei è il cugino di...’? Come è la ‘cugina’ Alessia Marcuzzi?
“In realtà, Alessia è la cugina di mia moglie Valentina, ma alla fine, credo per osmosi, sono diventato il cugino della Marcuzzi! Quindi, sì ogni tanto mi chiedono: ’Ma è vero che sei il cugino della Marcuzzi?’”
Come era Fabrizio bambino? Che Firenze respirava?
“Ho vissuto una Firenze meravigliosa, quella prima dei B&B, per intenderci. Mi ricordo che giocavamo a pallone in piazza Santa Croce fino a tarda sera, per esempio. La città era piena e viva si sentiva parlare toscano ovunque, mentre oggi l’ho ritrovata vuota, piena di persone con i trolley che vanno avanti e indietro per le meravigliose stradine, che io ricordo con tanto amore. Sono arrivato a Firenze a 14 anni. Prima vivevo a Scandicci, nel quartiere Le Bagnese dove ho trovato i miei primi grandi amici: Gianni, il Picchio e il Capone. Eravamo sempre in giro a giocare sulle rive della Greve, dove andavamo a pescare, costruivamo capanne e andavamo a fare i salti con le bici Bmx. Poi, ore sugli ’scalini’ a chiacchierare, la sera al circolo a giocare a biliardo. Non stavo mai a casa e non essendoci i cellulari mia madre era disperata perché non sapeva mai dove ero e quando sarei tornato”.
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Il primo approccio con il mondo dello spettacolo?
“Lavoravo come tecnico teatrale alla Limonaia di Sesto Fiorentino, volevo diventare scenografo. Luca Ferro, il padre del mio caro amico Martino, mi chiese se volevo dargli una mano a condurre un piccolo programma che andava in onda su Canale 10. Il programma si chiamava ’La zanzara in classe’. Essendo Luca un professore, trattava di scuola. Luca doveva fare la parte più seria e chiese a me di occuparmi della parte più leggera e divertente, perché mi riteneva adatto a fare quel tipo di conduzione. È stato il primo a vedere in me la possibilità di fare spettacolo: è stata una bella scuola, senza Luca forse non avrei mai fatto questo mestiere”.
“Proprio per ’La zanzara in classe’, perché il regista volle provarmi prima di mandarmi in onda. Fu un disastro: ricordo che mi disse: ’Facciamo finta che stiamo per partire con il programma tre, due, uno... In onda’. Rimasi in silenzio perché non sapevo veramente cosa dire, poi balbetta qualcosa. Cominciai a sciogliermi e a divertirmi sempre di più puntata dopo puntata”.
Quando ha lasciato Firenze?
“Dopo il liceo classico ’Michelangiolo’ volevo fare l’Accademia di Belle Arti di Firenze, ma il mio amico Martino andò al Dams di Bologna e mi convinse a seguirlo. Ricordo che il giorno della partenza, appena salii sul treno piansi per la commozione”.
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Cosa ritiene che artisticamente, professionalmente e umanamente venire da Firenze le abbia dato e cosa invece le abbia tolto?
“Essere nato e cresciuto a Firenze mi ha fatto apprezzare la bellezza. Per questo ho sempre cercato di fare cose (per me) belle. Qualcuno ha detto la bellezza salverà il mondo. Beh, lo penso anch’io. Tolto? Niente, forse l’accento toscano. Quando ho cominciato a fare tv a livello nazionale, ho cercato di non calcare troppo il mio accento, volevo essere più neutrale”.
Cosa consiglia a giovani che partono da qui con il sogno dello spettacolo?
“Un piano B, indipendentemente dalla città d’origine. Io avevo il mio lavoro di tecnico in teatro che mi faceva stare tranquillo. Comunque, a chi nasce in una piccola città come Firenze, consiglio di viaggiare il più possibile per aprire la mente”.
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