L’Altra Metà del Cielo e la Famiglia nella Cina post-maoista
Per ciò che concerne l’impostazione della famiglia, la sua centralità come cellula fondante dello Stato, mutuata dal Confucianesimo, la Cina rivela sorprendenti analogie con la civiltà romana, così come con quella barbarica, dove i vincoli di sangue furono l’elemento coesivo dei clan patriarcali. Le regole comportamentali, recepite dalla cultura confuciana, erano fondate sull’etica osservata in ambito domestico, come in quello istituzionale, ma solo nel caso che venissero disattese, interveniva il diritto dello Stato con il suo apparato sanzionatorio.
Nel periodo imperiale i Codici che riguardavano la materia familiare, non erano espressivi di alcuna ingerenza dello Stato in tale area, poiché il matrimonio era ritenuto un’istituzione che riguardava esclusivamente le famiglie di provenienza, direttamente interessate. Sin dalla fine dell’Ottocento si era posta la questione dell’emancipazione femminile, con la necessità di garantire la salute e l’istruzione alle donne, ma il tema di un’effettiva parità tra i sessi era ancora lontano dall’essere risolto sotto il profilo politico, economico e sociale, a partire dal mancato riconoscimento del diritto di voto.
È a far data dal 1911 che per la prima volta lo Stato avviò alcuni mirati interventi normativi, a segno dell’accresciuta rilevanza della famiglia anche sotto il profilo del diritto pubblico. Vennero pertanto codificati i diritti ed i doveri dei coniugi, facendosi carico le pubbliche Istituzioni della protezione del nucleo familiare
Nella Cina pre-maoista la struttura patriarcale radicata nei dominanti valori confuciani, si basava sulle “Tre Obbedienze” che sottolineavano l’inferiorità delle donne rispetto al padre, poi al marito e quindi al figlio; ma già nell’età repubblicana (1912-1949) le donne acquisirono l’indipendenza ed ottennero a livello normativo l’autonomia dai mariti, con parità dei diritti e dei doveri rispetto agli uomini. Da ciò scaturì anche il dovere di contribuire con il loro stipendio al sostentamento personale e della propria famiglia.
Le contraddizioni ambigue presenti nel merito della questione femminile erano palesi nella politica seguita dal Partito nazionalista al governo della Repubblica di Cina dal 1928. Per un verso il governo nazionalista varò un Codice civile che nel 1930 sancì la piena parità giuridica tra uomo e donna, garantendo a quest’ultima il diritto alla libera scelta del marito ed alla proprietà dei beni; ma dall’altro – di fatto – perseguì una politica che privilegiava la dimensione domestica e riservava spazi pubblici limitati al gentil sesso, nel solco della tradizione confuciana.
Nel 1949, con la fondazione della Repubblica popolare cinese, Mao si impegnò nella promozione di una sorta di “femminismo di Stato”, volto ad abrogare secoli di gerarchia familiare, configurando la “donna di ferro”. Si trattava della concezione di una donna che abbracciava il lavoro economico ed adempiva alle responsabilità familiari, allo stesso “livello sociale” degli uomini. Ma nel concreto anche nel maoismo si mantenne la concezione che la donna dovesse sacrificarsi per il bene comune, coinvolgendola nelle attività militari ed in quelle politiche, legando le istanze per l’emancipazione femminile al patriottismo. Combattere per la resistenza, significava per le donne lavorare in casa come in fabbrica, preparando gli abiti e le calzature per gli uomini al fronte.
Dopo la rivoluzione maoista, nella Repubblica popolare cinese la famiglia fu disciplinata da norme di produzione pubblicistica, con la tutela del matrimonio da parte dello Stato, che nella famiglia individuò il nucleo fondamentale della società.
I membri della famiglia sono titolari di diritti il cui esercizio non deve pregiudicarne l’armonia, e – a maggior ragione – l’ordine della società.
Il Legislatore cinese più volte nell’arco di circa 80 anni le ha riconosciuto la natura di nucleo primario........
