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Riforma tributaria incompiuta e giudici onorari a secco

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01.10.2026

La riforma della giustizia tributaria viene presentata come un passaggio storico. E in parte lo è: per la prima volta la magistratura tributaria ottiene uno status economico e giuridico assimilabile a quello delle altre magistrature dello Stato, un trattamento retributivo stabile, maggiori tutele, un ordinamento strutturato. Un traguardo atteso per decenni.

Peccato che a godersi il traguardo siano soprattutto altri. A pagare il conto, come al solito, è chi la giustizia fiscale l’ha fatta funzionare per oltre quarant’anni: i giudici tributari onorari. Commercialisti, avvocati, professori universitari, geometri, funzionari pubblici che, con compensi modesti e senza le tutele garantite ad altre magistrature, hanno definito, sentenza dopo sentenza, centinaia di migliaia di controversie tra contribuenti e Fisco. Il ringraziamento? Una cortese accompagnata alla porta.

Chi scrive fa il giudice tributario da quasi quarant’anni. Parla quindi con cognizione di causa e, soprattutto, senza alcuna intenzione di usare giri di parole.

La giustizia tributaria era additata come modello di efficienza rispetto alla giurisdizione ordinaria: una sentenza depositata nel giro di un paio di mesi dall’udienza. Oggi, in troppe Corti, i contribuenti aspettano un anno, talvolta due, per leggere una decisione già presa. La legge fissa un termine di novanta giorni. Evidentemente è un termine pensato per i comuni mortali.

Il motivo non è un mistero: l’ingresso massiccio dei magistrati togati nelle Corti tributarie, favorito da bonus di punteggio nei concorsi. Non è questione di competenza: è questione di tempo. Un magistrato che siede contemporaneamente in Cassazione, al Consiglio di Stato o al Tar, e che in più........

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