La Puglia tra il mito della “Primavera” e il deserto del pensiero unico
Nel 2004, Bari e la Puglia si risvegliavano da un lungo torpore con le sembianze di una scommessa poetica e rivoluzionaria. La vittoria di Nichi Vendola alla Regione e, poco prima, la spallata di Michele Emiliano al castello del centrodestra barese vennero battezzate con un nome che sapeva di rinascita: la “Primavera pugliese”. Era il racconto di una terra che smetteva di essere periferia rassegnata per farsi laboratorio d’avanguardia culturale, accoglienza, diritti e civismo. Oggi, nel 2026, a ventidue anni esatti da quel Big Bang, l’idillio si è trasformato in un’architettura di potere inscalfibile. Quella che era nata come un’esplosione di pluralismo si è sedimentata in una cappa culturale ed editoriale che non lascia spazio a nient’altro che al consenso. Il passaggio di testimone, avvenuto attraverso le tappe storiche di Michele Emiliano, Antonio Decaro e, infine, l’approdo a Palazzo di Città di Vito Leccese (nella foto), non rappresenta più l’alternanza fisiologica di una democrazia sana, ma la perpetuazione di una dinastia burocratica e di pensiero. Un’epopea politica che ha gradualmente assorbito l’intera società civile, digerito il dissenso e imposto un’egemonia che va ben oltre le urne, colonizzando la cultura, il giornalismo e il tessuto sociale. Per comprendere cosa sia successo a Bari e in Puglia nell’ultimo venticinquennio, bisogna guardare sotto la vernice dei lungomari riqualificati, dei festival di piazza finanziati a pioggia e del turismo di massa che ha trasformato la regione nel brand globale della “felicità”.
Il prezzo nascosto di questa grande narrazione è lo smantellamento silenzioso del pensiero critico. La Puglia si trova oggi a vivere un paradosso drammatico: una terra formalmente governata dalle forze che storicamente rivendicano l’antifascismo e la libertà d’espressione ha strutturato........
