menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Il baluardo Taiwan contro le mire del colosso cinese

8 0
yesterday

La piccola nazione insulare è al centro di una delle sfide geostrategiche più decisive

Nel panorama terribile di questa fase storica – la «terza guerra mondiale a pezzi», disse Papa Francesco – si è fatta esplosiva una necessità. Quella che rende la difesa della forma politica della democrazia liberalrappresentativa, kantianamente, un imperativo etico a tutti gli effetti. Certo, nel corso della storia ha mostrato svariati difetti (specie sotto il profilo dell’effettiva inclusione sociale), ma per citare la proverbiale frase pronunciata da Winston Churchill alla Camera dei Comuni nel 1947: «La democrazia è la peggior forma di governo fatta eccezione per tutte le altre che si sono sperimentate finora». Specie, e ancor più oggi, mentre le autocrazie stringono i loro artigli sul globo, e perfino quella che era stata definita (un po’ enfaticamente…) la «più antica democrazia del mondo» si dibatte nella morsa dell’inquietante involuzione Maga e trumpista. 

In Asia, in particolare, la democrazia liberale non se l’è mai passata molto bene, e proprio – anche –  per questo, “Taiwan conta” (come afferma il titolo di un libro, pubblicato da Einaudi, del sinologo e diplomatico britannico Kerry Brown). Ancor più perché, in un contesto già estraneo per tradizione storica e culture politiche all’idea della liberaldemocrazia – peraltro in affanno pure in Occidente – ora dilaga senza freni quello che classici della sociologia come Marx e Weber definivano il «dispotismo orientale». A riportare al centro dell’agenda globale le preoccupazioni per la sorte di quella che si chiamava un tempo la “Cina nazionalista” è l’idea che la crisi profonda del diritto internazionale e il far west globale incoraggino Pechino a sentirsi le mani libere e a tentare l’annessione del vicino. È la sciagurata visione del ritorno alle sfere d’influenza imposto dalle grandi potenze che procedono a colpi di invasioni e interventi sulla base della legge del più forte, e che si è riflessa, poche settimane fa, nelle dichiarazioni alla stampa del ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi, secondo cui «Taiwan è sempre stata una parte della Cina, e non è mai stata e non sarà mai un Paese». O nella brutalità delle polemiche contro il governo giapponese che ha ribadito ancora di recente la priorità per l’Occidente della difesa di Taipei.

L’atteggiamento cinese si va facendo sempre più muscolare e repressivo, come testimonia anche la condanna a vent’anni di carcere «per violazione della sicurezza nazionale» inflitta il mese scorso a Jimmy Lai, l’ex magnate dei media e celebre attivista per i diritti democratici di Hong Kong. Con lo sharp power dell’intensificazione delle campagne di disinformazione per alimentare le divisioni nell’opinione pubblica taiwanese che si alterna al soft power del cartone animato annessionista, realizzato integralmente con l’Ia, che vede protagonisti due panda che si riconciliano (“PropaPanda”, insomma).

L’oggetto delle mire imperialiste ed espansioniste cinesi costituisce anche l’indiscusso leader mondiale nella produzione di semiconduttori, di cui detiene la quota del 65% di quelli comuni e del 90% di quelli più avanzati. La piccola nazione insulare rappresenta un baluardo democratico, al centro di una delle sfide geostrategiche più decisive del XXI secolo: e in questa deglobalizzazione la sua sopravvivenza e tenuta si rivelano, appunto, più importanti che mai.


© L'Espresso