Il futuro avanza con buona pace dei borbottoni
Scherniti, giudicati e manganellati, i giovani hanno trainato il No. Ma c’è ancora chi li chiama ignoranti
Nel 2013 esce “Vecchi di merda” di Giancane: prima di indignarsi, bisogna ricordare quel che il cantautore disse all’epoca, ovvero che la canzone parlava del suo odio verso la categoria degli anziani incattiviti, «di cui farò parte tra non molto». A pochi giorni dalla vittoria del No (che si deve soprattutto ai giovani, mentre molti anziani incattiviti hanno votato altrimenti), il testo rivela non poche verità. Intanto: questi sono stati anni di risentimento e scherno verso le giovani persone, che nella migliore delle ipotesi sono state vivisezionate nel talk show e giudicate da editorialisti pensosi. Nella peggiore, sono state manganellate, incarcerate, private della cittadinanza, additate come terroriste per aver srotolato uno striscione con su scritto “Disarmare la terra” durante i funerali di un papa che sosteneva la stessa cosa, denunciate per aver spruzzato vernice lavabile sul muro di Palazzo Vecchio, criminalizzate perché protestano contro il genocidio di Gaza, schernite perché si battono per la pace e contro l’emergenza climatica, ricevendo in cambio un paio di decreti sicurezza, un decreto anti-rave e gli insulti di quegli stessi editorialisti pensosi che magari, in queste ore, proveranno a intestarsi il loro voto dimenticando di averli irrisi, o comunque non difesi, in tutte le occasioni precedenti.
Non solo: è stato loro inflitto un giudizio negativo da parte degli esponenti di sinistra (di mezza età) che hanno votato convintamente Sì, certi come erano e sono che la sinistra stessa debba somigliare sempre più alla destra per vincere, e si confortano gli uni con gli altri come i pescatori di un racconto di Raymond Carver che decidono di rimanere a prendere pesci quando scoprono il corpo di una ragazza annegata, invece di tornare indietro a chiedere aiuto (è “Con tanta di quell’acqua a due passi da casa”, e dice moltissimo di come alcuni di noi pensano e agiscono).
Per esempio, resta difficile dimenticare l’articolo che Giuliano Ferrara scrisse nel 2019 intitolandolo Ecce Greta e che non si rivolgeva solo a Thunberg ma a tutti i ragazzi e le ragazze, e anche a chi li difendeva: partiva, quell’articolo, con un attacco feroce a “Il mondo salvato dai ragazzini” di Elsa Morante, «la nonna di Greta», definito «un delirio patchwork da allucinogeni, nel solco della Beat Generation, accolto come favola, umorismo profetico, da Pasolini, Garboli, Calvino, Fofi e tutta una generazione di critici e scrittori in fregola di bambinaggine lirica». Certo, questi sono, o forse sono stati, anni in cui il cinismo viene considerato sinonimo di intelligenza: la stessa di cui vengono ritenuti privi i giovani che hanno destinato il loro primo voto al No. Esattamente come i ragazzi e le ragazze che in questi mesi e anni sono scesi in piazza vengono definiti ignoranti, e tali sono chiamati dai tecnobilionari in visita in Italia, e da tutti coloro che li ammirano e che in queste ore borbottano desolati.
Per questo, la cosa preziosa di oggi è un piccolo libro di poesia, “Dammi per sempre giugno” di Beatrice Masini, che esce per Molesini Editore Venezia. Poesie che parlano di piante, fiori, e bambini: perché chi racconta tutto quel che cresce ha fiducia nel futuro, a differenza dei borbottoni. Una delle poesie si intitola “Domenica elettorale”, e vede un pallone rosso impigliato nei rami di un albero come «unico fiore/che nella sua sferica pietà/reca il sapore incerto/della possibilità». Che è quella che dai ragazzini che tanto dispiacciono ci è stata data.
