Franca Benini: «L’hospice pediatrico è nato dal pianto di un padre disperato»
Il seme è stato piantato inconsapevolmente dal padre disperato di due gemelle nate piccolissime e con problemi di salute al tempo ingestibili.
Erano i primi anni Ottanta. Eppure quel seme, che sarebbe potuto morire soffocato dall’angoscia e dalle recriminazioni per un destino ingiusto, si è trasformato in speranza prima e vita poi per migliaia di altri bambini che avrebbero condiviso la diagnosi infausta di una malattia inguaribile grazie al primo hospice pediatrico d’Italia: la Casa del Bambino.
Ad annaffiare quel seme e a curarne la crescita con caparbietà è sempre stata la professoressa.
E oggi che quell’albero ha cominciato a dare frutti forti e sani sul fronte della presa in carico dei malati, è venuto il momento di lasciare: il calendario la colloca in pensione dal primo novembre. Come in quel giorno di circa quarant’anni fa, si troverà di fronte a uno spartiacque. Perché ci sono lavori che non è possibile lasciare senza rinunciare a un po’ di sé. «Sarà difficile non sentirmi più parte del sistema», sostiene la professoressa Benini seduta al tavolino giallo nella stanza di lettura dell’hospice pediatrico di via Ospedale cercando di ricacciare indietro l’emozione, «tutti mi dicono vedrai quanto tempo avrai per te, potrai andartene in vacanza. Ma per me è un cambiamento imponente. Questo non è stato un lavoro, è stato un insieme di obiettivi per costruire qualcosa che non c’era. In più io ho un vizio per cui la parola fine non esiste mai. Raggiunto un obiettivo se ne creavano altri 50 e allo stesso punto siamo ora, quindi non avere più la possibilità di vivere in questa modalità, come una valanga che si trascina, mi rende emotivamente fragile».
Così vive Franca Benini da tutta la vita: rincorrendo bisogni che cinquant’anni fa non avevano dignità di cura e che, divenendo visibili, sono cresciuti alla velocità di una slavina.
La memoria torna al giorno in cui tutto è iniziato: «Lavoravo in patologia neonatale quando ancora questa disciplina non esisteva, c’eravamo giusto noi che volevamo fare i neonatologi con i primi ventilatori» racconta la direttrice dell’hospice pediatrico dell’Azienda Ospedale Università mentre la mente si arrampica tra ricordi, «da un lato rammento la gioia del team che festeggiava il fatto di aver salvato queste bimbe e dall’altro l’angoscia, la paura, la speranza dei genitori che portavano a casa le loro gemelline. Dopo circa un anno, per le scale, incontro il papà al follow up, mi fermo a salutarlo e lui scoppia in un pianto di recriminazione e mi dice: caspita le avete salvate, ma ora avete dato alla famiglia l’onere e l’onore di essere genitori di due bambine assolutamente complesse cui non so cosa la vita potrà dare. Non l’ho più rivisto, ma quel papà, senza saperlo, mi ha messa in crisi, in qualche modo mi sono sentita in colpa e da lì ho voluto approfondire il percorso sul dolore interrogandomi su tutto quanto mancava per assistere quei bambini e le loro famiglie».
«In questi anni», prosegue, «mi sono chiesta tante volte cosa........
