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Trump e il magheggio del free speech. L'America della libertà di parola o delle parole in libertà?

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16.03.2026

Non c’è mai stato un tempo in cui si poteva dire tutto. Il Primo emendamento ha una lunga storia, e soprattutto una funzione: limitare il potere. Ora quel principio è in discussione. Per O.W. Holmes la libertà di parola non protegge chi “grida falsamente al fuoco in un teatro affollato”. Ma oggi il teatro è planetario e interconnesso

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Donald Trump si presenta come un paladino della libertà di parola. Nella sua comunicazione quotidiana ogni indagine giornalistica diventa “persecuzione”, ogni critica “censura”, ogni decisione giudiziaria un attacco al Primo Emendamento – la disposizione della Costituzione americana che proibisce al Congresso di limitare la libertà di parola e di stampa. Il linguaggio è quello del free speech; la logica è di segno opposto. Negli Stati Uniti la libertà di espressione è diventata terreno di scontro politico e, allo stesso tempo, l’argomento con cui il potere tenta di sottrarsi al controllo. Non è soltanto un diritto costituzionale: è anche un vessillo. Serve a delegittimare verifiche e a trasformare l’indagine in abuso. Il meccanismo si rovescia: la parola che doveva fare da argine al potere finisce per proteggerlo. In America il Primo Emendamento è quasi una religione civile. La sua storia, però, è meno lineare di quanto la retorica contemporanea suggerisca. Non c’è mai stato un momento in cui si potesse “dire tutto”. La libertà è sempre stata accompagnata da una clausola implicita, da un limite mobile. Free speech: con un “ma” incorporato fin dall’inizio. All’inizio del Novecento, quel “ma” poteva significare il carcere. Nel 1918 Eugene Debs, leader socialista e cinque volte candidato alla presidenza, pronunciò un discorso contro l’ingresso degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale. Parlò di lavoratori mandati a morire per interessi che non erano i loro, denunciando la guerra come conflitto tra potenze industriali. Non organizzò rivolte, non incitò alla violenza. Fu arrestato e condannato a dieci anni di carcere in base all’Espionage Act. La Corte Suprema confermò la sentenza. Pochi mesi dopo Charles Schenck, dirigente del Partito socialista americano a Philadelphia, distribuì volantini contro la leva obbligatoria. Anche lui fu condannato. E’ in quel caso che il giudice Oliver Wendell Holmes formulò una delle frasi più celebri della giurisprudenza americana: la libertà di parola non protegge chi “grida falsamente al fuoco in un teatro affollato”. La questione non era il contenuto dell’opinione, ma l’effetto potenziale. Quando la parola crea un “pericolo chiaro e presente”, lo stato può punirla. Quella formula apparentemente oggettiva aprì invece una lunga stagione di oscillazioni. Quanto deve essere vicino il pericolo? Quanto probabile? Quanto concreto? La risposta cambiò nel tempo.

Nel 1919, nel caso Abrams, che riguardava Jacob Abrams e altri anarchici russi accusati di propaganda contro l’intervento americano nella rivoluzione bolscevica, Holmes, affiancato per l’occasione dal giudice Louis Brandeis, formulò un’immagine destinata a diventare celebre: il “marketplace of ideas”, il mercato delle idee. La verità emerge dalla competizione libera delle opinioni. La parola, anche quella radicale, merita spazio perché il confronto pubblico è il miglior correttivo dell’errore. Era un cambio di tono, più che di dottrina. La libertà di espressione cominciava a essere pensata come processo dinamico, non soltanto come rischio da contenere. Nel 1969 la Corte cambiò rotta nel caso Brandenburg v. Ohio. Clarence Brandenburg, un attivista del Ku Klux Klan dell’Ohio, aveva pronunciato un discorso intriso di retorica razzista e richiami alla violenza. La Corte stabilì che l’incitamento è punibile solo quando è diretto a produrre un’azione illegale imminente e quando tale azione è probabile. La soglia della punibilità veniva alzata drasticamente. Anche il discorso d’odio restava protetto finché non si traduceva in mobilitazione immediata. Nello stesso anno, nel caso Watts v. United States, un giovane manifestante contro la guerra del Vietnam dichiarò che, se fosse stato arruolato, avrebbe “messo nel mirino Lyndon Johnson”. Il pubblico rise. La Corte definì quelle parole political hyperbole: un’iperbole politica, non una minaccia reale. Il contesto entrava nel giudizio e la reazione dell’uditorio diventava parte della valutazione. Negli anni successivi una serie di casi mostrò cosa significhi davvero proteggere la libertà proprio quando verrebbe spontaneo limitarla. Nel 1977 un piccolo gruppo neonazista chiese di poter marciare a Skokie, Illinois. Non era una città qualsiasi: una percentuale significativa dei suoi abitanti era sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti. I manifestanti volevano sfilare in uniforme, con la svastica al braccio. L’indignazione fu immediata e le autorità cercarono di bloccare la marcia. La vicenda arrivò fino alla Corte Suprema, che stabilì che anche quella manifestazione era protetta dal Primo Emendamento. Difendere quel diritto significava affermare che la libertà non è selettiva e non vale solo per le idee condivise.

Qualche anno dopo, nel 1989, un manifestante texano, Gregory Lee........

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