Woke e dintorni: cari progressisti, dove c’è dibattito c’è vita
Un uomo a caccia dei voti moderati, però pure un po’ nostalgico del Partito comunista italiano, ma anche in combutta con Putin per la tempistica della pubblicazione della sua lettera a Repubblica.
Queste sono solo alcune delle interpretazioni che abbiamo letto a proposito delle riflessioni di Giuseppe Conte sulla cosiddetta cultura “woke”.
Moltissimi strali, di un opinionismo disabituato al dibattito alto, quello in cui politica, analisi di lungo periodo e cultura si mescolano. Tanta bile, anche da parte di commentatori d’area “progressista”. È il cortocircuito che scatta quando una narrazione preconfezionata e ripetuta come una cantilena, vale a dire quella di Conte leader politico più populista dei populisti e maestro impareggiabile di camaleontismo politico, incontra una dei dibattiti identitari culturalmente più impegnati e densi dei nostri tempi, almeno in Italia.
L’ex premier lo aveva già anticipato con un libro intero, “Una nuova primavera”, che sta presentando in giro per l’Italia da mesi. Ma una lettera è di più: è un modo per sollecitare una discussione, in primo luogo con le opinioni diverse.
Il solo fatto che un testo o un discorso suscitino dibattito nell'opinione pubblica per giorni e giorni dovrebbe indurre i commentatori a prendere sul serio la sollecitazione. E tanti intellettuali lo hanno fatto e lo stanno facendo.
Giuseppe Conte è l'unico leader progressista che ha, non da oggi, la capacità di fare questo. Spessore culturale e argomenti non gli mancano del resto. Conte dimostra ogni volta di essere l'uomo politico che, più di ogni altro, affronta i temi dell'identità e su di essi insiste e ritorna, legandoli alle scelte concrete.
Questioni da cui molte altre e molti altri scappano a gambe levate.
L’ex presidente ha capito che questa discussione è una urgenza che oggettivamente si pone, sia per indicare una via........
