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Referendum, ha vinto l'anti-propaganda

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24.03.2026

Mentre i salotti e le toghe cantano "Bella Ciao", il Paese reale rivendica il diritto di non dover più studiare per capire come farsi fregare. Ha vinto l'anti-propaganda.

Ora che il "derby" o la sindrome da referendum è finito, è tempo di tirare le fila. La realtà è esattamente l’opposto di quella descritta dai commentatori dell'ultima ora: siamo di fronte a un dato filantropicamente più disastroso di quanto appaia, ma anche più lucido.

A chi inneggia alla presunta inaffidabilità dell’italiano — improvvisamente trasformato in "italiota" perché troppo spaventato dal cambiamento per decidere "bene" — la risposta cambia tinta: non è più paura, è ammissione di consapevolezza. In un clima dove la fiducia nelle istituzioni è ai minimi storici (spesso sotto la soglia critica del 30% nei rapporti sociologici recenti), il "No" non è pigrizia, è autodifesa. Quando il cittadino non si fida di chi propone il "nuovo", la comfort zone del presente diventa l’unico rifugio razionale.

C’è qualcosa di profondamente distonico nel vedere magistrati saltare al ritmo di canti partigiani. Un coro decontestualizzato, svuotato di senso, usato come scudo morale per coprire dinamiche di potere che nulla hanno a che fare con la Resistenza, ma molto con la conservazione. Per chi fatica ad arrivare a fine mese, quel canto non suona come liberazione, ma come il rumore di fondo di una classe dirigente che ha perso il contatto con il suolo che calpesta.

C'è poi un tema tecnico che è diventato un vulnus democratico. La nostra Costituzione è stata concepita in un’epoca di sistema proporzionale, dove le maggioranze erano frutto di faticose mediazioni e il referendum era l'estrema garanzia contro le egemonie. Oggi, con i sistemi attuali che premiano la polarizzazione, quella funzione di tutela è svanita.

Siamo passati dalla garanzia alla deresponsabilizzazione di massa: la classe politica mette mano alla Carta con leggerezza, per poi scaricare la decisione finale sul popolo. È un gioco cinico: si pretende che il cittadino decida su tecnicismi complessi per poi poter dire, in caso di fallimento, che "il popolo non poteva sapere".

La casta degli interpreti

Dall’altra parte della barricata, abbiamo assistito all’eclissi dell’avvocatura. Una categoria che dovrebbe farsi scudo per il cittadino e che invece sembra essersi trincerata dietro un tecnicismo che puzza di discriminazione e di mancanza di fiducia verso una democrazia reale. Si sono sentiti in diritto di stabilire chi potesse parlare e chi no, relegando il dibattito ai "circoli degli eletti".

È la pretesa che la scrittura sia un merito esclusivo di chi maneggia il "legalese", quasi che la grammatica del potere fosse superiore alla grammatica dei diritti. Eppure, la storia della nostra giurisprudenza è piena di "orrori" formali che nascondono vuoti di sostanza: ci dimostra che il saper scrivere bene non sempre coincide con il saper fare giustizia. Separano le carriere e i linguaggi quando conviene, senza mai contestualizzarli in modo coerente.

La verità allora diventa un'altra: il cittadino è stanco di dover fare un master in giurisprudenza solo per capire in che modo verrà penalizzato domani. Non vuole più "dover informarsi" per decodificare gli inganni; esige la chiarezza dovuta a chi è sovrano per Costituzione, non per concessione. In un contesto di giornalismo servile, va bene tutto, anche sbagliare crocetta pur di dare un segnale di rottura.

La resa come forma di resistenza

Il "No" non è stato un semplice diniego tecnico. È stato un risveglio di coscienza che somiglia a una resa, ma una resa garantista. È un coro disperato che inneggia al: "Basta, non siamo più disposti a sopperire a dinamiche di potere che non servono alla nostra vita". È la vittoria di un popolo stanco di farsi educare da chi abita i talk show per gonfiare il proprio cachet. Il cambiamento, per essere reale, ha necessità di arrivare per gradi e con il rispetto dovuto all'intelligenza collettiva.

L'affluenza come schiaffo

A vincere non è stata una fazione politica, ma la partecipazione. Ha vinto il Sud, troppo spesso dipinto come apatico, presentandosi in massa alle urne con picchi di affluenza che hanno scardinato i soliti cliché geografici. Ha vinto il popolo che ha deciso di far sentire la sua voce contro chi dovrebbe stimarla e invece la deride.

La vera notizia non è lo scrutinio, ma il fatto che, nonostante la propaganda e i siparietti, il cittadino abbia deciso di riprendersi lo strumento del voto per dire che il Re è nudo. E che non sa nemmeno cantare bene.

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