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Cento bandiere, un unico messaggio: com'è il cielo in Palestina?

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"Alla mia cara amica che ora naviga verso di noi attraverso il mare, so che la distanza è grande e che non hai possibilità di comunicare con me, ma il mio cuore ti accompagna in ogni onda e in ogni brezza che spinge la tua nave verso le coste di Gaza. La tua presenza a bordo di questa flottiglia non è soltanto un viaggio: è un grande messaggio umanitario, una testimonianza che il mondo non ha dimenticato Gaza e i suoi bambini. Qui attendiamo il suono della sirena della tua nave come chi, assetato, attende una goccia d’acqua. Aspettiamo il tuo arrivo con un cuore colmo di speranza in mezzo al dolore.

Voglio che tu sappia che il tuo coraggio ci dona a Gaza una forza raddoppiata, e che un solo tuo sorriso al tuo arrivo vale per noi un’intera vita. Per quanto il tuo viaggio sia difficile e pericoloso, ci basta sapere che hai scelto di stare con noi, invece di guardarci da lontano. Che tu torni o rimanga, il tuo nome resterà inciso nei nostri cuori. Racconteremo ai nostri bambini che hai attraversato il mare per noi, portando luce in un momento di oscurità.

Stammi bene, amica mia. Ti aspettiamo pregando, con le mani alzate al cielo perché tu possa arrivare sana e salva". (Lettera di Khaled da Gaza a Silvia Severini, Global Sumud Flotilla)

Poche cose hanno una relazione così stretta con l'appartenenza e l'identità come una bandiera. Un vessillo che sventola rappresenta una nazione, un popolo, un'idea, a volte una visione. Addirittura quando una persona incarna uno di questi valori diventa essa stessa una bandiera, dettaglio che unisce in un'unica definizione confessioni distanti, sacro e profano, alto e basso. Cerca definizione di bandiera in Italia, per dire, e trovi Francesco Totti, Gigi Riva, Paolo Maldini, fedi pagane di tutto rispetto ma in un paese alla deriva che ha fatto del tifo calcistico la più alta forma di definizione dell'individuo eleggendone il linguaggio a modello di riferimento addirittura nella contesa politica, che dovrebbe essere invece la più alta forma di definizione di un popolo. Ma questo è un altro discorso. Restiamo sulla bandiera così come la conosciamo, in forma di oggetto. Ecco, quando una bandiera sventola portando in sé il valore di una fratellanza, di un'affiliazione, di una storia magari secolare ma non viene riconosciuta, quel semplice brandello di tessuto diventa paradossalmente un segno ancora più potente, il simulacro di un'aspirazione e di una visione. Diviene un simbolo. Ci sono diverse attività proprie dell'essere umano che lavorano in modo diretto con i simboli, ma se ce n'è una che è in grado di esaltarne i contenuti più profondi attraverso l'estetica e il pensiero questa è l'arte. Dopo la missione del settembre 2025, sta per partire, ad inizio aprile 2026, una seconda missione civile e non violenta via mare diretta a Gaza, nei programmi ben più numerosa ed organizzata della prima, sempre promossa dal Global Movement to Gaza e dalla Global Sumud Flotilla. L’obiettivo è sempre lo stesso, superare pacificamente il blocco imposto da Israele a Gaza e portare cibo e aiuti medici. Le navi che partiranno dall’Italia lo faranno dal porto di Augusta, portando a bordo gli equipaggi, gli aiuti e, per citare una definizione del critico e curatore Francesco Bonami, "la cosa più utile fra le cose inutili", ovvero l'arte.

Cento bandiere, cento navi, cento ricami, un unico grande messaggio.

Sulla nave ammiraglia sarà presente invece la bandiera ricamata dall'artista stesso con la celebre frase "restiamo umani" di Vittorio Arrigoni, l'attivista rapito ed ucciso quindici anni fa.

Ora, è ben chiaro che non è certo l'arte l'aiuto umanitario che deve arrivare alla popolazione di Gaza e che non sarà l'arte a rompere il blocco navale israeliano e a fermare il genocidio del popolo palestinese. Non sarebbe nemmeno necessario dirlo ma di questi tempi è bene non dare nulla per scontato. C'è molto altro. L'arte contemporanea, non solo nel senso di quella "fatta oggi" ma anche di quella che riflette sull'oggi, imbarcandosi sulla Flotilla sotto forma di bandiera si fa megafono in grado di veicolare un messaggio, nel suo ambito e con il suo linguaggio, contribuendo a raggiungere e sensibilizzare su una situazione che sembra uscita dai radar della comunicazione dei media, ingolfata su beghe interne e formazione da schierare per tornare a partecipare ai mondiali di calcio, ma che continua ad essere tragica e disperata. Del resto se l'arte non fa questo, se non interroga, se non interviene, se non si occupa, allora onestamente o non è contemporanea o forse non è proprio arte. Le cento bandiere di Giovanni Gaggia sono un'opera totale, una preghiera laica in navigazione, un anelito di pace composto da parole, da tessuto e dal grande lavoro che c'è alle spalle, ma soprattutto dall'idea forte che l'arte sia chiamata alla partecipazione e all'attivismo e non solo alla rappresentazione. Solo con uno sguardo che mette insieme tutte le navi il componimento si ricompone nella sua totalità, ma senza ogni singolo frammento non sarebbe possibile la pienezza dell'insieme. Proprio come nella vita, ogni singola persona agisce nella sua individualità ma solo nella partecipazione globale quella singola voce si fa comunità e la comunità azione. Bandiere al vento. Buon viaggio.

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