menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

C’è ben poco da salvare nel calcio italiano dopo la terza esclusione dal Mondiale

13 0
01.04.2026

L’Italia del buon lavoro

Newsletter e rubriche

Esteri Trump Israele Guerra in Ucraina Cina Cristiani perseguitati Terrorismo islamico

Cristiani perseguitati

Politica Governo Milano Giorgia Meloni Elly Schlein Giustizia

Economia Lavoro Auto elettriche Pnrr Inflazione

Ambiente Cambiamenti climatici Green Deal Transizione ecologica Transizione energetica

Cambiamenti climatici

Transizione ecologica

Transizione energetica

Scuola Educazione Parità scolastica

Salute e bioetica Fine vita Utero in affitto Aborto

Chiesa Cristianesimo Leone XIV Papa Francesco Benedetto XVI Luigi Giussani Comunione e Liberazione

Comunione e Liberazione

Società Intelligenza artificiale Pensiero woke

Intelligenza artificiale

Newsletter e rubriche La preghiera del mattino Lettere al direttore La borsa e la vita Squalo chi legge Casca il mondo Cinema Fortunato Il Deserto dei Tartari Memoria popolare Esserci Tentar (un giudizio) non nuoce Il Paese dei Normali Libri in povere parole

La preghiera del mattino

Il Deserto dei Tartari

Tentar (un giudizio) non nuoce

Libri in povere parole

Sfoglia Tempi Sfoglia Tempi digitale Marzo 2026 Febbraio 2026 Gennaio 2026 Dicembre 2025 Novembre 2025 Ottobre 2025 Settembre 2025

Sfoglia Tempi digitale

Home » Sport » C’è ben poco da salvare nel calcio italiano dopo la terza esclusione dal Mondiale

C’è ben poco da salvare nel calcio italiano dopo la terza esclusione dal Mondiale

«Gli azzurri hanno toccato il fondo», attacca il Corriere. Il timore è che, invece di risalire, «capiti di cominciare a scavare», come chiosava Freak Antony. Ma si tratta di generosità, perché l’Italia calcistica tocca il fondo ormai dal 2014, anno dell’ultima partita a un Mondiale di calcio. E, dopo quel giorno, ha scavato in maniera costante, con l’unica eccezione di un Europeo – tanto strano in epoca Covid, quanto inatteso – vinto nel 2021.

Ai più anziani era stato negato quanto capita alle nuove generazioni. Contavi sulla dita di una mano le delusioni cocenti: il primo mancato Mondiale nel 1958, il ko con la Corea del Nord nel 1966, l’eliminazione precoce in Germania Ovest nel 1974. Dopo il successo in Germania nel 2006, il diluvio: fuori ai gironi nel 2010 e nel 2014, eliminati ai playoff per le tre edizioni successive.

Cosa hanno in comune le ultime eliminazioni dell’Italia dal Mondiale? Gravina

Sembrava un dramma (sportivo) quando fummo buttati fuori dalla Svezia nella corsa verso Russia 2018. Rappresentò l’occasione per liberarsi di un ct poco amato come Gian Piero Ventura e di un presidente federale ancor meno amato come Carlo Tavecchio. Con il senno di poi, quella avversaria era la più solida di tutte, visto che l’Italia venne in seguito sconfitta dalla Macedonia del Nord (ct Roberto Mancini) e dalla Bosnia Erzegovina (ct Rino Gattuso), nazionali ben lontane in un ranking Fifa dove anche noi arranchiamo.

Due ko che hanno in comune un presidente che, bontà sua, dice «dimissioni? Valuterà il consiglio federale». Parole di quel Gabriele Gravina che non si accorse di quanto gli stava capitando in casa con Mancini (dimissioni in pieno agosto 2023 per dire sì ai tanti soldi dell’Arabia Saudita, dopo aver avuto carta bianca come coordinatore azzurro e in piena corsa per le qualificazioni europee) e di quanto fosse errata la scelta di Luciano Spalletti come sostituto: un periodo di involuzione tattica e psicologica, culminato nella non-partita agli ottavi di finale europei persi con la Svizzera.

Un declinare portato agli estremi dal clamoroso 0-3 incassato dalla Norvegia a Oslo il 6 giugno 2025 in soli 42′, debutto nel cammino di qualificazione mondiale. Una farsa seguita da quella successiva di un ct che annuncia il proprio esonero e comunque siede in panchina tre giorni dopo con la Moldova. Il povero Gattuso non ha potuto che infilarsi in questo tunnel, sperando di vedere una luce al fondo. Luce che non si è accesa e secondo flop consecutivo per Gravina: in altri tempi – vedi Cesare Prandelli ct e Giancarlo Abete presidente, al Mondiale brasiliano – ci si congedava spontaneamente.

Al Mondiale vanno Haiti e Uzbekistan, non l’Italia

Una eliminazione, per l’Italia, ai rigori. Quasi a vent’anni da quelli che, a Berlino, ci consegnarono il quarto Mondiale. A Zenica gli azzurri si sono fatti male da soli dopo la rete di Kean: l’espulsione di Bastoni, una inferiorità numerica portata sul groppone per il secondo tempo più i due supplementari, le occasioni comunque fallite e gli sbagli finali dal dischetto. Una corsa al contrario accompagnata da alcune decisioni rivedibili dell’arbitro Turpin (il mani di Dzeko sul pareggio bosniaco) e da una telecronaca in cui il tifo patrio è andato spesso oltre i confini dell’umanamente sopportabile. Non saremo presenti a un Mondiale che, tra Stati Uniti, Canada e Messico, si è allargato a 48 squadre. L’ultima a qualificarsi è stata l’Iraq e, per chi vorrà, si potranno seguire le gesta di Haiti, Curaçao, Capo Verde, Giordania, Uzbekistan, Repubblica Democratica del Congo.

La retorica sui “giovani da valorizzare” che poi nessuno valorizza

Staremo davanti alla televisione, in buona compagnia dei club: nessuna italiana è ai quarti di Champions League. Il segnale di un malessere che viviamo a ogni livello. Meglio, a livello di prime squadre perché, con le giovanili, i risultati arrivano: finalisti mondiali Under 20 nel 2023, campioni d’Europa Under 19 nello stesso anno, campioni d’Europa Under 17 e Under 16 nel 2024. Il problema è che ci fermiamo lì. L’Under 21, fucina di talenti dal 1986 sotto la guida di Azeglio Vicini e vincitrice di cinque Europei, non va in finale dal 2013 e i nostri ragazzi vedono a fatica la prima squadra nei rispettivi club: si grida al miracolo quando Gattuso rischia il 21enne Marco Palestra (e lo si vede giocare senza paura).

La Figc ha varato giusto pochi giorni fa un progetto per rilanciare i settori giovanili. “Ben arrivati”, verrebbe da dire, dopo aver visto quanto fatto in passato da Germania e Francia, una volta patite delusioni internazionali. Per non dire della Spagna, vera fucina valorizzatrice di talenti. Noi ci pensiamo dopo dodici anni…

Il calcio italiano attira sempre meno

Una mancanza di idee comuni da cui non sono esenti i club, pronti a farsi la guerra su diritti tv e questioni arbitrarli, non ad allearsi. La Premier League optò per la svolta comune nel 1992, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Noi abbiamo dirigenti di Lega che dovrebbero fungere da motore e invece parlano a vuoto su un prodotto da portare all’estero, dimenticandosi in fretta della figuraccia per Milan-Como da giocare a Perth, in Australia. E i nostri club attirano sempre meno stranieri di valore: pensano alla quantità, invece che alla qualità, quando quelli bravi facevano crescere i nostri giovani. Il solo esempio positivo che viene in mente oggi è Luka Modric, un 40enne che insegna ancora calcio e da cui i giocatori del Milan apprendono cose che serviranno al futuro.

Da dove ripartire per ricostruire? L’elenco è lungo

Il futuro, per l’appunto. Quello dell’Italia può essere costruito – con coraggio – intorno a Moise Kean, andato a segno nelle ultime sei partite consecutive e nelle tredici in cui ha iniziato da titolare. Lo stesso coraggio che i club dovrebbero avere nei confronti del talento, senza aver paura di rischiare. Poi servirebbe altro, come stadi a misura del calcio e di tifoso (ma qui il terreno è sempre scivoloso, basti pensare a Milano e agli ultimi sviluppi per San Siro) e un giornalismo in cui non si gridi in continuazione al miracolo per giocate normalissime: mai visto il gol di Dennis Bergkamp a Francia ’98, giusto per citare un gesto sì da esaltare?

Va bene dover vendere il proprio prodotto, ma i clienti non sono tutti fessi e, quando si stufano, vanno da altre parti. Il calcio se ne sta accorgendo: nel 2025 per la prima volta è stato superato dal tennis per ricavi (230 milioni contro 200), altri sport – dove per fortuna eccelliamo – attirano sempre più appassionati e tesserati. Questo mentre i giovani fuggono da vivai sempre più tossici, in cui i tecnici pensano alla tattica e non alla tecnica e i genitori pensano di avere in casa il nuovo Lamine Yamal. Che, per sua fortuna, è nato altrove…

Il mondo “al contrario” dello sport italiano

Bello il successo del Como, ma non è un modello da copiare

Non è un caso se l’Italia del baseball ha battuto gli Usa ed è tra le otto g

Perché gli stadi tedeschi sono pieni anche se vince sempre il Bayern

Non ci sono ancora commenti.

I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!

Iscriviti alla newsletter

Dichiarazione di accessibilità

Sfoglia Tempi digitale

Abbonati con carta di credito

Abbonati con bonifico/bollettino

Regala un abbonamento full

Regala un abbonamento digitale


© Tempi