Si può pianificare quanto si vuole, ma il calcio è favola e sorpresa
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Il Deserto dei Tartari
Si può pianificare quanto si vuole, ma il calcio è favola e sorpresa
La nazionale italiana è stata eliminata ai play off per i Mondiali di calcio 2026 e non potrà partecipare, per la terza volta di seguito, alla fase finale del torneo. I commenti che vorrebbero mettere a fuoco le cause dell’infelice risultato sono tutti improntati al ritornello “il sistema è marcio”, “bisogna ricostruire il sistema dalle fondamenta”, “ci vuole una riforma del calcio italiano”, “la nostra organizzazione è profondamente sbagliata”, “serve un progetto di rinnovamento”.
Tutti a insistere sulla dimensione sistemica del fallimento, tutti a dibattere di metodo, di pianificazione, di organizzazione, di meccanismi che consentirebbero di avere una Nazionale che si qualifica ai Mondiali. Dimenticando che nel calcio, come nella vita, a decidere del destino di un progetto molto spesso è un evento imprevisto. Un avvenimento può sempre cambiare tutto in qualsiasi momento, può imprimere una direzione al futuro che senza di esso sarebbe stato diverso. E un avvenimento non lo organizzi, non lo pianifichi, non lo produci grazie a un sistema: è un evento unico, puntuale, irripetibile.
L’espulsione di Bastoni e l’Italia fuori dai Mondiali
A decidere dell’esclusione dell’Italia dal Mondiale di calcio è stato un avvenimento infausto: al 41° minuto del primo tempo il difensore italiano Bastoni entra alla disperata da ultimo uomo sull’attaccante bosniaco Memic e lo stende, e l’arbitro non può fare altro che espellerlo dal terreno di gioco. Quella è stata la svolta della partita. Senza quell’intervento sconsiderato e senza la conseguente espulsione le cose sarebbero andate diversamente, perché giocare in 10 contro 11 non è come giocare in 11 contro 11, soprattutto sei davanti a te hai ancora 50 minuti di tempo regolamentare ed eventualmente altri 30 di tempi supplementari.
Senza l’espulsione di Bastoni l’Italia avrebbe quasi sicuramente vinto la partita: nel secondo tempo, in 10 contro 11, l’Italia ha avuto due occasioni nitide per segnare e non c’è riuscita; anche la Bosnia ne ha avute due, e la seconda è stata goal. Ma nonostante il raggiunto pareggio non le sono bastati i 40 e più minuti di gioco che sono seguiti per mettere sotto la nostra squadra in inferiorità numerica. Senza il fallo da rosso di Bastoni il risultato forse sarebbe cambiato al 41° minuto, forse Memic avrebbe segnato e si sarebbe andati sull’1 a 1.
Ma con 49 minuti di partita ancora da giocare, con entrambe le squadre in 11 uomini, e con la Bosnia reduce dai tempi supplementari giocati in Galles cinque giorni prima, l’Italia sarebbe venuta fuori nel secondo tempo come accaduto con l’Irlanda del Nord, e avrebbe portato a casa la qualificazione. E adesso non saremmo qui a parlare di rifondazione del calcio italiano, di una riorganizzazione del sistema, di colpe e di colpevoli.
L’errore di Kean e la forza dell’avvenimento
È bastata una colpevole (quella sì) distrazione, una valutazione superficiale di una situazione di gioco, un obnubilamento della mente, e la storia ha preso una piega totalmente diversa da quella che sarebbe stata senza quel fatto. Non c’era nessuna ragione per intervenire su Memic a quel modo, scompostamente, con un tempo e più ancora da giocare. L’avversario lo abbatti per impedirgli il pareggio e ti becchi il rosso se mancano 4 minuti alla fine, non se ne mancano 49. Ma è accaduto l’irrazionale, l’anomalo, l’assurdo.
L’inverso della bischerata di Bastoni l’abbiamo visto nel secondo tempo: Kean, attaccante italiano, parte in contropiede alla grandissima, vola verso il gol, il difensore bosniaco Ahmedhodžić lo rincorre e sarebbe in grado di sgambettarlo, ma si accontenta di mettergli pressione standogli addosso. Preferisce correre il rischio dello 0 a 2 a mezz’ora dalla fine in 11 contro 10, alla certezza dello 0 a 1 però in situazione di parità numerica ristabilita, in 10 contro 10. La scommessa riesce: Kean, preoccupato del rientro dei difensori, conclude frettolosamente sopra la traversa. Anche in questo caso ha espresso tutta la sua magnificenza la forza dell’avvenimento, non quella del sistema.
Non possiamo controllare la realtà
È perché non riusciamo ad accettare la logica alternamente impietosa ed esaltante dell’avvenimento che cerchiamo spiegazioni e risposte razionalizzanti quando quello che accade ci fa soffrire. Nonostante tutte le smentite che ci arrivano dalla vita e dalla storia, continuiamo a credere che possiamo controllare la realtà una volta che abbiamo messo sotto controllo tutti i suoi fattori. Ma il punto è proprio questo: nessuno è mai padrone della totalità dei fattori. C’è sempre qualcosa che sfugge, c’è sempre qualcosa che non riusciamo a dominare, che eccede le nostre capacità di gestione.
Quell’eccedenza è ciò che fa degli avvenimenti irruzioni dell’inafferrabile e dell’irriducibile nelle nostre vite e nella storia dell’umanità. Inafferrabile e irriducibile che cambiano irreversibilmente il corso delle cose. Se durante la Prima Guerra mondiale Adolf Hitler non fosse uscito dalla baracca in cui sostava coi suoi commilitoni per allontanare un cagnolino, sarebbe morto nell’esplosione dell’obice che pochi secondi dopo la colpì, e la storia dell’Europa sarebbe stata diversa.
Certamente ci sarebbe stata un’altra guerra fra Francia e Germania: la prospettiva fatale era intrinseca al trattato di pace di Versailles, troppo punitivo nei confronti dei tedeschi. Ma non ci sarebbero stati il nazismo, i campi di sterminio e la “soluzione finale” della questione ebraica: quelli nessuno li poteva prevedere. Se il 13 luglio 2024 la pallottola che ferì Donald Trump all’orecchio fosse passata un paio di centimetri più a destra, oggi gli Stati Uniti avrebbero un altro presidente, e se quel presidente fosse J.D. Vance oggi non avremmo la guerra fra Stati Uniti e Iran. Una questione di centimetri ha cambiato il corso della storia per milioni di persone.
Da cosa dipende il risultato di una partita?
Annidati nelle pieghe della vita del mondo una moltitudine di possibili eventi attendono in agguato il loro momento, attendono di sconvolgere le nostre costruzioni geometriche del futuro, di ridicolizzare il nostro materialismo fatto di calcoli e di omogeneizzazioni di ciò che omogeneo non è; attendono di smentire i nostri determinismi da marxisti e positivisti in pantofole. Già Epicuro corresse Democrito, il capostipite di tutti i materialisti, introducendo il concetto di klinamen: gli atomi cadono nel vuoto e si scontrano in base alle leggi immutabili della fisica dando vita agli organismi e ai fatti che li connotano, ma una deviazione spontanea e imprevedibile, che non è guidata dalla cieca necessità, è sempre possibile.
Il caso, la fortuna, la sfortuna, il fato sono i nomi che diamo alle cause di eventi che non conosciamo per tempo e sulle quali non siamo in grado di intervenire, né mai lo saremo. Per essere partecipi dei colpi di scena di una realtà così evenemenziale come è il calcio, Epicuro è molto più utile di Democrito. L’esaltazione per la vittoria e l’amarezza per la sconfitta si nutrono della consapevolezza che le cose potevano andare diversamente; l’intensità e la profondità con cui è possibile vivere i due opposti sentimenti dipendono esattamente dalla natura intrinsecamente casuale, gratuita, imprevedibile del risultato finale di una partita o di un torneo.
Ma chi l’ha detto che il calcio italiano è in piena decadenza?
Perciò non annoiatemi con le vostre analisi, non irritatemi con le vostre razionalizzazioni. «L’Italia del calcio è in piena decadenza». Ma chi l’ha detto? L’Italia è stata campione d’Europa non più tardi dell’estate 2021. La grande Germania non porta a casa un campionato europeo da 30 anni, l’Inghilterra non ha più vinto niente dopo il Mondiale domestico del 1966, il Brasile pentacampione del mondo non fa propria la rassegna iridata da un quarto di secolo. “Trascuriamo i giovani”. Ma se abbiamo vinto il campionato europeo under 19 nel 2023 e il campionato europeo under 17 nel 2024! E al Mondiale under 20 del 2023 abbiamo perso solo la finalissima con la squadra di casa. “Però non li valorizziamo, non li facciamo giocare in serie A…”. Embè? Se valgono, li prenderanno a giocare all’estero, e torneranno qua per giocare con la Nazionale.
Non lo sapete che in Italia gestiscono scuole calcio anche il Real Madrid, il Barcellona, il Paris Saint-Germain e il Manchester City? Se vedono ragazzi validi, state certi che a valorizzarli ci pensano loro. «Nel nostro campionato di serie A giocano troppo pochi italiani e questo danneggia il rendimento degli Azzurri». Ah, sì? Lo sapete quanti dei 26 giocatori convocati dall’Argentina per il vittorioso mondiale del 2022 giocavano nel campionato nazionale? Uno! Uno solo: Franco Armani, il terzo portiere della rosa, che non ha giocato nemmeno un minuto.
Il calcio non è matematica e programmazione
Il calcio non è matematica e non è programmazione. Il calcio è favola e sorpresa. Il calcio è la Danimarca eliminata nei gironi di qualificazione all’Europeo del 1992 che viene ripescata, a causa dell’esclusione della Jugoslavia, 10 giorni prima dell’inizio del torneo. Con 5-6 giorni di preparazione nelle gambe i 20 giocatori che avevano dovuto interrompere le vacanze per partecipare alla fase finale dell’Europeo scendono in campo e pareggiano con l’Inghilterra, battono la Francia nei 90 minuti e l’Olanda ai calci di rigore; nella finalissima stendono i campioni uscenti della Germania per 2 a 0. Questo è il mio calcio, spero sia anche il vostro.
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