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Ipse dixit per il no. Se lo dicono loro, la riforma Nordio va bocciata

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10.03.2026

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Ipse dixit per il no. Se lo dicono loro, la riforma Nordio va bocciata

Ci sono due aspetti della campagna per il no al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia che introduce la separazione delle carriere nella magistratura che mi affascinano.

Uno è il consueto massiccio allineamento di attori e cantanti con l’opzione indicata dai partiti cosiddetti di sinistra. Mai l’aggettivo “cosiddetti” fu più appropriato, perché la separazione delle carriere, che fornisce al cittadino sottoposto a procedimento giudiziario una maggiore garanzia di imparzialità dei giudici (il Gip e il giudice del dibattimento), dovrebbe essere un cavallo di battaglia della sinistra.

Come indica per esempio il fatto che a presentare un progetto di legge che aveva lo stesso obiettivo furono nel 2001 due deputati di Rifondazione comunista: Giuliano Pisapia che qualche anno dopo sarebbe stato sindaco di Milano, e Giovanni Russo Spena, ex segretario di Democrazia proletaria. Ma cantanti e attori, si sa, sono gente impegnatissima, col tempo contato e una vita frenetica: non hanno modo di approfondire troppo, e allora si informano su cosa hanno deciso le forze politiche di riferimento e si allineano, come i più tetragoni tesserati di partito.

C’è poi un altro fenomeno davvero intrigante: i videomessaggi di personalità del mondo accademico e scientifico a favore del no. Non mi riferisco ai costituzionalisti e agli esperti di diritto pubblico, che fra l’altro sono abbastanza equamente divisi fra il sì e il no, ma ai sapienti degli altri saperi: persone qualificatissime nel loro campo di ricerca, ma che riguardo ai contenuti del referendum non sono né più competenti né meglio informati dell’elettore medio. Così può capitare che Meta retroceda il video dell’autorevole medievista Alessandro Barbero che propagandava il no, perché latore di plateali fake news. E non fa una figura tanto migliore il fisico Premio Nobel Giorgio Parisi, che un po’ pavoneggiandosi argomenta a proposito dei criteri per la composizione della componente togata dei due Consigli superiori della magistratura previsti dalla riforma: «Ma voi vorreste che i premi Nobel fossero scelti estraendoli a sorte tra tutti gli scienziati?».

Forse non sa che l’ordinamento italiano prevede già il sorteggio per la composizione del Tribunale dei ministri, per i giudici popolari dei processi in Corte d’Assise per i reati più gravi, per i giudici che devono giudicare il capo dello Stato se costui viene messo in stato d’accusa, per scegliere revisori dei conti di Comuni e Province, per formare le commissioni per appalti e concorsi pubblici e universitari, ecc.

Serviti del tuo intelletto

Anche qui si assiste a un paradosso spaesante: la cosiddetta sinistra, che si considera erede e personificazione ultima dell’illuminismo, dovrebbe aborrire il principio di autorità, l’idea che se una cosa l’hanno detta Platone o Aristotele è vera per forza e un pensiero diverso contraddice una saggezza certificata. Anche se ciò su cui le “auctoritas” si pronunciano sono i pericoli che la musica fa correre alla repubblica (Aristotele) o la necessità dei matrimoni combinati (Platone). «Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto», tuonò Immanuel Kant.

Ora invece succede che per disfare la tela della riforma Nordio si faccia ricorso esattamente al principio di autorità: se di votare no lo dicono due cime come Barbero e Parisi, chi siete voi per pretendere di usare la vostra testa per decidere il vostro voto? Il fatto è che passando dalla filosofia alla politica, il fare leva sul principio di autorità corrisponde al promuovere l’oligarchia contro la democrazia: pochi sanno, quei pochi sanno tutto, dunque quei pochi hanno i titoli per governare o per indicare chi debba governare. Qui il paradosso finisce e si manifesta una coerenza: infatti l’assetto della magistratura che i fautori del no difendono è quello di una funzione dello Stato che nel corso del tempo si è trasformata in un potere oligarchico.

Battute alla Alvaro Vitali

Lo sprezzo oligarchico si vede bene nella reazione del presidente del comitato Società civile per il no nel referendum costituzionale, il fisico Giovanni Battista Bachelet, alla pronuncia a favore della riforma del comitato Sanitari per il sì. Questi ultimi si muovono certamente nel solco del principio di autorità. Sono professionisti qualificati della sanità, e sulla falsariga di Barbero e Parisi sembrano dire: “Siamo quelli che garantiscono la vostra salute e a volte vi salvano la vita, dunque fidatevi di noi anche quando vi consigliamo su una materia politica”. A rigor di logica Bachelet avrebbe dovuto rispondere “E io sono un fisico della materia condensata, se i vostri computer e i vostri smartphone funzionano è anche merito mio, perciò fidatevi quando vi dico di votare no”.

Invece l’ex deputato del Partito democratico e figlio del giurista Vittorio Bachelet assassinato dalle Brigate rosse posta le immagini di un water e di un bidet a significare il suo disprezzo per un gruppo di persone che pensano di essere autorevoli in forza della professione qualificata che esercitano. Lui. Lui che è un fisico e non un costituzionalista, dunque uno che si trova nelle loro stesse condizioni quando si esprime sulla riforma della magistratura. Il che implica un pensiero democratico a intermittenza: se al principio di autorità ricorriamo noi del no, è cosa buona e giusta, se ci ricorrono quelli per il sì, è giusto irriderli con una battuta da film di Alvaro Vitali nello spirito della democrazia. Quello spirito che afferma che ogni essere umano è dotato di sufficiente ragione per approfondire le questioni politiche, e perciò il giudizio di un operaio non è meno competente di quello di un professore universitario. Appunto. Professori universitari in attività o in pensione sono Barbero, Parisi e Bachelet…

Attori e cantanti non spostano voti

Il tormentone di attori e cantanti che alla vigilia di elezioni e referendum si pronunciano massicciamente a favore dell’opzione progressista è questione di tutt’altra natura. I partiti della cosiddetta sinistra sanno che queste pronunce plebiscitarie non sono utilissime ai fini di un successo elettorale: negli Stati Uniti Donald Trump ha vinto due elezioni presidenziali su tre pur avendoli tutti i cantanti e gli attori contro tranne Clint Eastwood, in Italia Silvio Berlusconi vinse tre elezioni politiche nonostante le parodie di Sabina Guzzanti e le gag di Roberto Benigni, o le intemerate di Piero Pelù e di Fiorella Mannoia.

Il tema è un altro: cantanti e attori sono adulati dalle folle, ma sono anche un oggetto ideale dell’invidia sociale. Sono ricchi e famosi, non devono mai fare la fila e non hanno problemi di bilancio familiare. L’ammirazione si trasforma in biasimo fino in alcuni casi al linciaggio morale quando scivolano su una buccia di banana, come Chiara Ferragni o Julio Iglesias, il rapper Diddy o Kevin Spacey. In questi casi la gente non aspetta la sentenza giudiziaria sul caso, che a volte è di condanna e altre di assoluzione, ma subito lancia uova e vernice contro la venerata icona, per non correre il rischio di non poterlo fare quando l’innocenza sarà provata. E di che cosa è sintomo la morbosa curiosità popolare per le disgrazie sentimentali (corna, accuse di abusi e molestie sessuali) e le debolezze personali (droga, alcool) delle star, che alimenta la florida industria del gossip, se non della segreta brama di vedere nella polvere quelli più fortunati di noi, coloro la cui felice sorte fa apparire insopportabile la mediocrità della nostra?

Posa morale senza dilemmi

Ecco allora che per allentare la presa attori e cantanti fanno tanta beneficenza (a volte incespicando, come succede a chi privilegia l’apparire sull’essere, vedi il caso Ferragni) e si dichiarano tutti dalla parte del popolo, solidali coi poveri e nemici delle diseguaglianze. Milionari sì, ma sempre dalla parte dei poveracci: “tranquilli, voto a sinistra come voi, anch’io voglio cambiare il sistema a vantaggio vostro”.

Come tutti quelli che devono posizionarsi eticamente e politicamente anziché occuparsi dei problemi concreti secondo l’etica della responsabilità, non si curano delle contraddizioni: se con la vittoria del no al referendum i gip continueranno a passare le carte delle inchieste dei pm senza verificare seriamente la fondatezza dell’impianto accusatorio (per l’inconfessato motivo di non vedere ostacolata la loro carriera da parte di pm vendicativi che hanno santi in paradiso, cioè nel Csm), e centinaia di innocenti passeranno un po’ di tempo in carcere prima che sia dimostrato che non avevano fatto nulla di male; o se qualche detenuta resterà incinta a causa della decisione ultraprogressista di internare nelle carceri femminili condannati transessuali che si dichiarano donne ma dispongono ancora di tutta l’attrezzatura maschile, questi problemi non li riguardano.

La posa morale non prevede pensosità o dilemmi. Non appartiene alla sfera dell’etica, ma a quella dell’estetica: il sentimento che producono nello spettatore un mento sollevato e uno sguardo fulminante, nell’impeto dell’indignazione. E che, attrici e frontman del palco non ne sono capaci? È il loro pane.

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