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I tre errori all’origine di questa guerra e i poveri iraniani sacrificati due volte

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03.03.2026

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I tre errori all’origine di questa guerra e i poveri iraniani sacrificati due volte

La guerra è una di quelle cose rispetto alle quali, contrariamente alla famosa osservazione di Alessandro Manzoni, buon senso e senso comune convergono: tutti sanno che è meglio non cominciarne una, perché si sa come inizia ma non si sa come finirà. Ha scritto Winston Churchill in My Early Life:

«Lo statista che cede alla febbre della guerra deve rendersi conto che, una volta dato il segnale, egli non è più il padrone della politica, ma lo schiavo di eventi imprevedibili e incontrollabili».

«Lo statista che cede alla febbre della guerra deve rendersi conto che, una volta dato il segnale, egli non è più il padrone della politica, ma lo schiavo di eventi imprevedibili e incontrollabili».

Eppure nonostante tutti gli ammonimenti le guerre scoppiano, e il loro andamento quasi mai coincide coi piani di chi le ha iniziate. Scoppiano per cause prossime e remote che non è mai troppo difficile individuare, e che hanno a che fare con la mancanza di buon senso.

Le cause del conflitto

Nel caso che è sotto i nostri occhi atterriti – l’offensiva israelo-americana contro la Repubblica islamica dell’Iran e le rappresaglie iraniane su tutto il Medio Oriente – le cause remote e quelle prossime coincidono quasi alla perfezione. La vocazione martiriale e jihadista dell’Iran degli ayatollah che trova nella guerra contro l’Occidente (di cui Israele sarebbe l’avamposto) la sua ragion d’essere, la questione palestinese mai affrontata con sufficienti coraggio e lungimiranza da parte di Israele dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin, la tracotanza prometeica degli Stati Uniti che di amministrazione presidenziale in amministrazione presidenziale non cessano di illudersi che l’uso di una forza militare schiacciante possa produrre risultati politici positivi e duraturi nonostante le numerose smentite della storia (Vietnam, Iraq, Afghanistan) sono le palesi cause del dramma in corso.

Dramma che assume i contorni della tragedia, cioè dell’inevitabilità del conflitto e delle sofferenze che produce, nel momento in cui si prende coscienza del fatto che per poter sperare nella pace sarebbe necessario che non una o due di queste posizioni, ma tutte e tre si convertissero nel loro opposto. Cioè nella disponibilità a riconoscere l’altro da sé e la sua permanenza, a concludere compromessi fra interessi in contrasto, a recuperare una visione della propria forza militare come fattore di deterrenza necessario a rendere praticabile la diplomazia, e non come una clava da usare continuamente, direttamente e in prima persona o attraverso attori per procura (proxies). Finché anche uno solo dei tre errori sopra elencati non è corretto, la guerra ritornerà: nessun appello, per quanto autorevole, potrà fermarla o evitare che si ripeta.

Non un “regime change”, ma un “regime management”

L’analisi strategica di quello che sta accadendo è altrettanto semplice: benché le dichiarazioni pubbliche di Donald Trump e Benjamin Netanyahu indichino l’opposto, questa non è una guerra di “regime change”, ma, in coerenza con la svolta tattica impressa dall’attuale amministrazione americana all’uso della forza militare, è una guerra di “regime management”. Come nel caso del Venezuela, l’obiettivo non è, nell’immediato, la caduta del regime al potere, ma costringerlo ad accettare le condizioni draconiane della transazione che gli Usa offrono in cambio della sopravvivenza del governo nemico e dei suoi (nuovi) dirigenti.

Israeliani e americani sanno benissimo che non si cambia un regime con una campagna, anche molto intensa, di bombardamenti aerei e missilistici, se a terra non ci sono combattenti pronti a raccogliere i frutti del martellamento. Nell’Afghanistan del 2001 e nella Libia del 2011 le forze di terra alleate c’erano, costituite dall’Alleanza del Nord e dai ribelli anti Gheddafi; nell’Iraq del 2003 fu necessario spedire sul posto un’armata di 200 mila soldati anglo-americani per affiancare la debole insurrezione di curdi e sciiti locali. In Iran l’opposizione è politicamente disorganizzata e militarmente disarmata, tranne alcune marginali guerriglie etniche (beluci, curdi, arabi del Khuzestan). Né gli americani né gli israeliani hanno intenzione e interesse a inviare centinaia di migliaia di propri soldati sul posto.

Quello che stanno facendo è approfittare dell’attuale debolezza del regime iraniano, privato di una metà delle proprie risorse missilistiche dagli attacchi del giugno scorso e assediato dalle recenti proteste popolari, per impedirgli di ricostituire le proprie riserve (l’Iran aveva ripreso alla grandissima la produzione di missili a corto e a lungo raggio) e di continuare ad armare e finanziare i propri combattenti per procura (Hamas, Hezbollah libanesi, houthi yemeniti), e dunque per renderlo ancora più debole. Un Iran ulteriormente indebolito sul piano militare e consapevole che i suoi dirigenti saranno eliminati fisicamente uno dopo l’altro se non si allineano alle tre richieste israelo-americane (rinunciare al programma atomico, virtuale annullamento del programma missilistico, cessare di armare e finanziare i proxies), diventerà più malleabile al tavolo delle trattative.

La natura oltranzista del regime di Teheran

La risposta tattica dell’Iran mira ad allargare il conflitto. Gli attacchi contro i paesi arabi vicini e lo stesso territorio europeo (per ora un drone scagliato contro una base britannica a Cipro) hanno almeno due significati: spingere gli alleati arabi ed europei di Usa e Israele a chiedere a Trump e a Netanyahu di sospendere le ostilità, ma anche, se questo non dovesse avvenire, trascinare arabi ed europei nel conflitto per poter fare appello ai rivali strategici dell’Occidente (Cina, Russia e paesi del Csto, Corea del Nord) e a paesi in bilico come l’Iraq in nome della resistenza anti-imperialista, della solidarietà islamica e del nuovo ordine mondiale multipolare tante volte rivendicato da Mosca, Pechino, eccetera.

Questa tattica rivela la natura oltranzista del regime di Teheran, che non ha pensato nemmeno per un istante di chiedere solidarietà in nome del diritto internazionale a tutti i paesi membri dell’Onu in quanto vittima di un’aggressione, ma immediatamente ha a sua volta aggredito paesi neutrali.

Del resto il governo iraniano che protesta per l’uccisione della guida suprema ayatollah Khamenei in quanto ciò costituisce un attacco contro la sovranità dello Stato e contro le norme fondamentali delle relazioni tra Stati (motivazione che echeggia in vari commenti islamogoscisti europei) è lo stesso regime che vent’anni fa verosimilmente ha partecipato al complotto che è costato la vita al primo ministro libanese Rafiq Hariri, e che secondo gli inquirenti americani nel 2024 aveva prezzolato un killer per uccidere Trump durante la campagna elettorale presidenziale. L’unica differenza fra queste cose è che la prima è stata rivendicata apertamente da israeliani e americani, la seconda e la terza sarebbero state perseguite in segreto dagli ayatollah.

Iraniani vittime del regime

In tutta questa tragedia risalta il ruolo sacrificale del popolo iraniano. Doppiamente martire e doppiamente sacrificato. Gli iraniani sono stati costantemente sacrificati agli obiettivi mondiali e addirittura escatologici della rivoluzione khomeinista sin dall’inizio del Velāyat-e faqīh, cioè del governo teocratico. Le libertà politiche, il benessere materiale, la vita stessa di milioni di iraniani sono stati immolati sull’altare delle guerre coi paesi vicini, della destabilizzazione dei governi stranieri, della preparazione al ritorno del Mahdi, l’imam nascosto la cui riapparizione coinciderà con la fine dei tempi e l’avvento della giustizia e della pace a livello universale.

Quando, nel marzo del 1982, Saddam Hussein chiese la fine delle ostilità che lui stesso aveva scatenato il 22 settembre 1980 attaccando l’Iran, proponendo il ritorno delle rispettive forze sui confini di partenza, l’ayatollah Khomeini si rifiutò. La guerra proseguì altri sei anni causando un milione di morti (di cui 5-600 mila iraniani). Non c’è dunque da meravigliarsi se le proteste di piazza in Iran vengono puntualmente represse nel sangue: chi si oppone al regime si oppone alla volontà di Dio. Il reato di “inimicizia verso Dio” (moharebeh) dovrebbe riguardare solo chi ha preso le armi contro lo Stato, ma è stato utilizzato anche per condannare a morte manifestanti disarmati, o che avevano lanciato sassi o altri oggetti contundenti contro le forze dell’ordine. Chi si frappone fra la Repubblica islamica e la sua missione escatologica merita la morte.

Iraniani vittime del cinismo di Trump e Netanyahu

Il popolo iraniano è allo stesso tempo vittima del cinismo di Trump e Netanyahu. Quando questi due capi di governo incoraggiano gli iraniani a sollevarsi assicurando che li assisteranno nel rovesciamento del regime, li illudono e li spingono a un sacrificio che presenta vantaggi esclusivamente per Israele e Stati Uniti: il regime non cadrà in assenza di un attacco di terra, che i due alleati non hanno alcuna intenzione di condurre, ma sarà tanto più indebolito dal combinato disposto di bombardamenti dall’esterno e sollevazioni interne, e quindi sarà più disposto a piegarsi alle tre richieste israelo-americane sopra illustrate. La coalizione sacrifica il popolo iraniano per i propri disegni di contenimento del regime.

Stretto fra questi due mali, non sappiamo quali strade prenderà il popolo iraniano nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Di fronte a un regime che aspira al martirio in battaglia per guadagnare il paradiso (e questo fattore può da solo sconvolgere i calcoli razionalistici di Trump e Netanyahu) e che è pronto a sacrificare i suoi stessi cittadini mandandoli al massacro o massacrandoli se si oppongono, viene in mente il finale del film Un semplice incidente del regista iraniano Jafar Panahi: gli ex prigionieri politici torturati che sono riusciti a sequestrare il loro antico torturatore lo lasciano legato a un albero senza togliergli la vita. Gli negano il martirio che lui invoca dalle loro mani, come piena realizzazione del significato della sua vita. Negare l’onore del martirio a chi è disposto a sacrificare la propria vita e quella degli altri per il proprio dio, disonorare il senso stesso del jihad. Per ora si può immaginare solo poeticamente. Solo dentro al proprio cuore.

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