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La nazionale che non c’è più
Scrivo queste righe all’indomani dell’ennesimo naufragio della nazionale italiana di calcio. A Zenica, nella finale playoff contro la Bosnia, gli azzurri di Gattuso sono stati eliminati ai rigori. Terza edizione consecutiva dei Mondiali senza l’Italia. Per una nazione quattro volte campione del mondo non è più uno shock: è un sintomo.
Un sintomo di che cosa? Dell’esatto malessere che Marco Valerio Lo Prete analizza nel suo articolo su demografia e innovazione. La crisi del calcio azzurro funziona bene come metafora della tesi centrale del pezzo: un Paese che si spopola non perde soltanto numeri, perde capacità di innovare. I vivai calcistici si assottigliano, certo — meno bambini vuol dire meno calciatori tra cui pescare i talenti di domani. Ma il punto che Lo Prete mette a fuoco è un altro, ed è più insidioso: si rattrappisce anche la capacità di fare un calcio al passo con i tempi. Di ripensare metodi, tattiche, cultura di gioco. Non è solo la quantità a deteriorarsi quando una società invecchia. È la qualità.
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