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La Pasqua a Gerusalemme è salva

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La Pasqua a Gerusalemme è salva

I cristiani di Gerusalemme guardano alla Pasqua con timore e speranza. C’è molta preoccupazione per l’incidente della Domenica delle Palme, quando la polizia israeliana ha proibito «per la prima volta da secoli» al cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa. Dopo le consultazioni tra Patriarcato e governo, l’incidente ieri è rientrato e l’accesso al Santo Sepolcro di nuovo garantito dalla polizia israeliana, ma resta lo sgomento per quanto accaduto.

La settimana Santa è per tutti il momento più importante dell’anno, la memoria del Fatto che dà senso ad ogni altro fatto. Per due millenni il luogo è stato conteso, diviso, per secoli i cristiani che arrivavano a Gerusalemme hanno affrontato lunghi viaggi e pericoli per sostare anche pochi minuti sulla tomba dove fu deposto Gesù, una tomba vuota, testimone della Resurrezione. Ora un delicatissimo quanto rigoroso “status quo” regola dal 1852 la convivenza, gli spazi, gli orari e le celebrazioni delle diverse confessioni. Tutti, nel rispetto delle norme e delle consuetudini consolidate nel tempo, hanno il diritto di pregare e celebrare nella Basilica del Santo Sepolcro la Resurrezione, l’Anastasi, come la definiscono i greco-ortodossi.

L’incidente che ha scosso il mondo

L’incidente della domenica delle Palme ha scosso il mondo. La città vecchia di Gerusalemme, dove si trova il Santo Sepolcro, è un intrico di strette vie e passaggi seminascosti, poco noti ai più. Cortili e accessi che si intersecano ma che, in caso di allarme, mettono a serio rischio la sicurezza. Non ci sono rifugi antiaerei. Per questo, da quando l’Iran ha iniziato a lanciare i missili anche sulla Città Santa, sono stati proibiti assembramenti superiori a cinquanta persone, momenti di preghiera compresi: e qui i momenti di preghiera, cristiani, islamici, ebraici, si alternano in ogni ora del giorno e della notte.

Dopo che al cardinale Pizzaballa e al custode Ielpo è stato fatto divieto di entrare, i governi di Italia, Francia e Stati Uniti hanno protestato e il presidente israeliano Isaac Herzog si è scusato con il patriarca.

Evidente l’imbarazzo, anche del premier Benjamin Netanyahu, per la tempesta diplomatica, che arriva dopo anni in cui le relazioni con le istituzioni israeliane delle diverse comunità religiose si sono progressivamente deteriorate, nonostante gli sforzi dei leader religiosi per costruire tra tutti un clima di convivenza rispettosa. Ma i conflitti si sono inaspriti e diventano ancor più evidenti durante i momenti di festa religiosa. Perché ci sono estremisti, soprattutto tra i quartieri ebraici e musulmani, che esasperano le feste come momento identitario e dimostrativo, e non a caso gli scontri peggiori tra diversi gruppi li abbiamo visti dopo la preghiera islamica del venerdì o al termine della festività di Shabbat.

Pizzaballa: «Risolti i fraintendimenti»

Il divieto di ingresso al Santo Seplocro a Pizzaballa e Ielpo, due personalità universalmente apprezzate da tutte le comunità religiose, segna un passo oggettivamente grave. Ma il cardinale evita le polemiche: «Ci sono stati dei fraintendimenti — ha spiegato in un’intervista al Tg2000 — e non voglio forzare la mano. Vogliamo usare questo episodio per chiarire meglio nei prossimi giorni cosa fare nel rispetto della sicurezza di tutti ma anche nel rispetto del diritto alla preghiera».

Per il patriarca, che ha ringraziato per il suo intervento il presidente Herzog, è necessario pensare piuttosto al contesto generale. «C’è gente che sta molto peggio di noi e che non può celebrare per motivi molto diversi. Celebriamo ancora una volta una Pasqua sottotono».

Parole di pace in mezzo all’odio

Il Patriarcato Latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa in un comunicato hanno ribadito che «tutte le questioni relative alle celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua presso il Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti» e che «la tutela della libertà di culto resta un dovere fondamentale e condiviso».

Parole di pace in mezzo all’odio, al conflitto, al rancore, al rumore della guerra. Parole che sembrano venire da un altro mondo, mentre suonano ancora le sirene di allarme in un’area che da Gerusalemme si allarga ad un pezzo di terra dove vivono, dalla Terra Santa all’Iran, dal Libano ai paesi arabi, oltre seicento milioni di persone.

La guerra non si ferma ma la Pasqua verrà celebrata ugualmente per testimoniare che la vittoria della Resurrezione sulla morte è già avvenuta. Un fatto incancellabile dall’odio e dalle miserie umane.

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