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Vi va bene così o volete cambiare la giustizia? Ne parliamo stasera a Milano
Riformare la giustizia non è reato, anche se fanno di tutto per farcelo credere. Questa sera a Milano arriviamo all’appuntamento del nostro incontro con alcune idee chiare. La campagna referendaria s’è incarognita, a riprova che il tema è tutt’altro che marginale e che, nonostante ci si lamenti molto di certe sue tecnicalità, in verità tocca in profondità la vita dei cittadini comuni. Del resto, l’ha toccata moltissimo negli ultimi trent’anni, da quando il potere è stato contaminato dal virus mediatico-giudiziario che ha deciso le sorti di governi, aziende, semplici cittadini. Oh elettore distratto, non te ne sei accorto?.
Ci siamo avvicinati alla data del voto fornendo ai nostri lettori alcuni punti di vista autorevoli, come quelli di Nicolò Zanon (che questa sera sarà con noi), Antonio Baldassarre e Augusto Barbera. Un vicepresidente e due presidenti della Corte Costituzionale di diversi orientamenti politici e culturali, a dimostrazione che la legge Nordio non è una riforma partigiana, ma che cerca di intervenire per completare – non per stravolgere – un percorso costituzionale rimasto a metà. Oltre a ciò, in questi tre mesi siamo intervenuti con articoli e interviste per offrire altri punti di vista sulla questione.
La campagna referendaria ha rafforzato in noi alcuni convincimenti. Proviamo a dirne alcuni.
Una questione politica, non partitica
Non si vota su Giorgia Meloni, ma per una riforma che completa un percorso iniziato nel 1948. Barbera l’ha ben spiegato a Tempi, ma se avete un po’ di tempo vi invitiamo a guardare l’intervento che Stefano Ceccanti, professore ordinario di Diritto pubblico comparato alla Sapienza di Roma, parlamentare Pd, ha tenuto a Padova durante un incontro sul referendum.
Ceccanti, come Barbera e molti altri autorevoli esponenti di sinistra, ha innanzitutto chiarito che il voto sull’operato del governo lo si potrà esprimere a tempo debito («nel 2027: non manca poi molto»). Ora invece è il momento di esprimersi su una modifica della Costituzione, che lui ritiene ragionevole. Tra le sue battute più efficaci: «Vi ricordo che L’Alta Corte disciplinare era nel programma del Pd del 2022».
Una riforma antifascista
Se ci è concessa una battuta, verrebbe da dire che questa riforma trova più appoggi nella storia della sinistra che in quelle della destra. Nonostante un video vergognoso del Pd in cui si affiancano le immagini dei saluti romani ai sostenitori del sì, questa riforma non è fascista, ma, al massimo, antifascista.
Nel 1948 i padri costituenti con la VII disposizione transitoria della Costituzione immaginarono si dovesse superare l’ordinamento fascista in cui pm e giudice avevano carriere unificate.
Sul finire degli anni Ottanta il codice Vassalli (socialista, medaglia d’argento al valor militare per il ruolo eroico nella Resistenza) introdusse il processo accusatorio – con un giudice terzo e imparziale – proprio per superare il modello inquisitorio di stampo fascista.
Nel 1999, durante il governo D’Alema, con la riforma dell’articolo 111, si sancì che ogni processo si dovesse svolgere nel contraddittorio fra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale.
Altro che riforma “autoritaria”. Lasciateci divertire: se il 23 vincesse il sì bisognerebbe scendere in piazza cantando Bella ciao.
Il vero scandalo non è il sorteggio, ma le correnti politicizzate dell’Anm
Non siamo dei fan del sorteggio per i membri del Csm (come lo erano, ad esempio, Marco Travaglio, Nino di Matteo, Nicola Gratteri e i cinquestelle), ma la scelta è obbligata se si vuole liberare il Csm dall’influenza delle correnti.
Sul tema hanno scritto in tanti e noi abbiamo trovato particolarmente efficace l’intervento di Giacomo Rocchi, presidente della prima sezione della Corte di Cassazione, durante un incontro a Forlì. Rocchi ha detto «che lo scandalo Palamara è stato un’onta per la magistratura che l’Anm ha cercato di nascondere sotto il tappeto radiando il solo Palamara». Ma il problema dell’influenza delle correnti sul Csm e quindi sulle nomine «è un problema che c’era da anni e che è esattamente quello che c’è adesso». Il vero scandalo, dunque, non è il sorteggio, ma che «noi magistrati stiamo dando ai cittadini, che condanniamo quando violano la legge, lo spettacolo di una categoria che, per i propri interessi, viola la legge».
Il magistrato sbaglia? Tutto perdonato
Per quanto riguarda l’Alta Corte disciplinare abbiamo imparato un po’ di numeri. «Dal 2017 al 2024 ci sono state 5.933 ingiuste detenzioni risarcite dallo Stato e, per questo tipo di errore, sono state avviate 89 azioni disciplinari che si sono concluse con 44 non luogo a procedere, 28 assoluzioni e 9 condanne, di cui 8 censure (in sostanza nulla) e un trasferimento (otto casi erano ancora pendenti)».
In un’intervista ieri al Foglio, così come aveva fatto mesi fa a Tempi, il giornalista Stefano Zurlo – che ha lavorato a lungo sullo sterminato materiale delle sentenze della Sezione disciplinare del Csm – ha raccontato i casi incredibili di giudici che hanno dimenticato in carcere degli imputati per 43 giorni, che picchiavano le mogli e le amanti, che sono stati ritrovati riversi nel bagno del tribunale in preda a convulsioni da cocaina a pochi minuti da un’udienza… e così via. Conseguenze disciplinari? Praticamente nulle.
Al termine, la domanda è molto semplice. Il sistema così com’è vi sembra funzionare? Oppure pensate che sia arrivato il momento di cambiarlo? Noi pensiamo che sia arrivato.
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