Luca Zaia, il radicale in camicia bianca
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Luca Zaia, il radicale in camicia bianca
Luca Zaia lo va ripetendo ormai a disco rotto: «Il fine vita esiste già». «Usciamo dall’ipocrisia». «Non bisogna ideologizzare». «Lo dico da uomo cattolico». «Se capitasse a me». E poi via col bigoncio della burocrazia costituzionale: «La Consulta ha fatto tre richiami al Parlamento». «La sentenza Dj Fabo è stata pionieristica e coraggiosa». «Chi è contrario dovrebbe volere una legge». «Non si può nascondere la testa sotto la sabbia», «ero in Parlamento quando Beppino Englaro chiese di staccare le macchine a sua figlia», «Oggi si può decidere come morire col testamento biologico ma non gestire il fine vita».
La settimana scorsa a Palazzo Ferro Fini, durante la presentazione del docufilm Lasciatemi morire ridendo dedicato a Stefano Gheller, il repertorio è tornato identico con quel filo di stizza professorale di chi trova la classe distratta: «Ma avete mai parlato con un malato terminale?». «Le cure palliative? In Veneto sono un modello ma chi le spaccia come un’alternativa assoluta non sa di cosa parla». Fino alla promessa solenne: «Sul fine vita esprimerò il mio voto», «legge entro luglio» (titolo dell’edizione cartacea Nuova Venezia – Mattino di Padova – Tribuna di Treviso).
La destra liberale (e radicale) di Luca Zaia
Luca Zaia è un Marco Cappato ascendente sinistra arcobaleno, l’aria dell’escursionista in camicia bianca che non vuole fare la rivoluzione con i sassi, ma sbrigare questioni di vita e di morte come pratiche al catasto sì. Uno che non dice mai «eutanasia» – che fa brutto e spaventa i vecchi iscritti della Lega – ma «battaglia di civiltà», non «suicidio assistito» ma «opportunità». Il sottotesto è sempre gesuitico: «Io non introduco niente, regolo ciò che accade», il paternalismo è quello furbetto di chi evita........
