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I pericoli per l’ordine democratico non vengono da Palazzo Chigi

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02.04.2026

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I pericoli per l’ordine democratico non vengono da Palazzo Chigi

Per gentile concessione dell’autore ripubblichiamo un articolo di Antonio Gozzi apparso su Piazza Levante.

Nell’ultimo numero di Piazza Levante, commentando il risultato del referendum sulla giustizia, avevo formulato l’auspicio che la vittoria del No non diventasse un ulteriore elemento di sostegno al protagonismo di molti Pm e al circuito mediatico-giudiziario che li sostiene; e avevo espresso il timore che potesse aprirsi una stagione di ritorsioni e di regolamenti dei conti nei confronti dei sostenitori del Sì.

Alcune vicende della settimana post referendum sembrano purtroppo confermare i miei timori.

Si ha la sensazione che sia partita la caccia agli sconfitti nell’avvocatura, all’interno della magistratura stessa, tra i giornalisti e tra i politici.

Ci sono state incredibili esternazioni via social (poi fatte cancellare) di alcuni magistrati pasdaran del No, ed in particolare di un giudice di Cassazione della corrente di sinistra ‘Area’, che ha scritto su un post: “È venuto il momento di togliersi i sassolini dalle scarpe”, e rivolto ad “alcuni colleghi ed avvocati che hanno sostenuto il Sì”, li invita ad “abbandonare la toga non perché avete sostenuto legittimamente il Sì ma perché ho letto i vostri ricorsi o sentenze e l’aggettivo che meglio si attaglia è imbarazzanti”. 

Tutti asini i magistrati e gli avvocati che hanno appoggiato la riforma?

La vera colpa, spiegano altri messaggi degli ultras del No, è non essersi adeguati alla linea dell’Anm. “Chi ha sputato sull’ordine a cui appartiene, sulla toga che indossa non può cavarsela, non deve cavarsela”, scrive un altro magistrato ‘ortodosso’.

Ma al di là di queste intemperanze, che hanno condotto alcuni magistrati anche con cariche importanti a dimettersi dall’Anm (Associazione Nazionale Magistrati), i fatti gravi successi questa settimana sono due.

Il primo riguarda una vicenda che ha visto coinvolto il giornalista Piero Sansonetti, oggi direttore de ‘l’Unità’, il giornale fondato da Palmiro Togliatti. 

Sansonetti pubblicò qualche anno fa su ‘il Riformista’ articoli molto critici nei confronti di Roberto Scarpinato per la sua opera come magistrato presso la Procura di Palermo (oggi Scarpinato siede in Parlamento per il M5S). 

In particolare, Sansonetti ha criticato il passato di Scarpinato come magistrato antimafia, mettendo in discussione alcune sue inchieste e posizioni giudiziarie. In particolare ha criticato la partecipazione di Scarpinato al pool che aveva frettolosamente chiuso, secondo Sansonetti, l’inchiesta Mafia/Appalti (su cui stava lavorando, prima di essere ucciso, Paolo Borsellino) nella quale era coinvolto un costruttore siciliano che pochi mesi prima aveva acquistato un immobile da Scarpinato e da sua sorella.

Scarpinato ha ritenuto questi contenuti diffamatori e ha presentato querela.

La Procura della Repubblica ha chiesto per Sansonetti tre anni di reclusione. Il giudice ha infine condannato Sansonetti non alla pena detentiva ma a una forte multa. Si vedrà cosa succede in appello.

Il caso è rilevante perché avviene ad appena una settimana dalla vittoria del No, e mette fortemente in discussione la libertà di stampa. Si chiede una condanna esemplare contro un giornalista che ha la sola colpa di fare delle domande ad un magistrato appartenente alla casta degli intoccabili.

E le domande sono due: perché si è chiuso così rapidamente il fascicolo Mafia/Appalti; e se risponde al vero che Scarpinato pochi mesi prima dell’archiviazione del suddetto fascicolo abbia venduto insieme alla sorella un immobile ad uno degli indagati.

Sentiamo alzarsi urla quotidiane contro il rischio di una deriva autoritaria e antidemocratica nel nostro Paese a causa del Governo Meloni e dei suoi provvedimenti. Chiedere tre anni di reclusione per un giornalista che fa il suo lavoro non è da regime antidemocratico? 

Nessuno parla di questa vicenda, e sui giornali non leggiamo quasi nulla.

Ovviamente Piazza Levante esprime tutta la solidarietà possibile a Piero Sansonetti ma siamo presi da fortissima preoccupazione anche perché Sansonetti è stato uno dei giornalisti che ha fatto una grande battaglia a favore del Sì al referendum.

E Sansonetti non è il solo ad aver offeso Scarpinato. Con argomenti molto simili e con lo stesso protagonista nel ruolo di parte offesa, il 27 aprile andrà a giudizio anche il giornalista Aldo Torchiaro de il Riformista. Anche il Riformista ha sposato convintamente la causa del Sì.

La seconda vicenda preoccupante riguarda una serie di ispezioni e visite della GdF, come organo di polizia giudiziaria, presso il Ministero della Difesa, la Terna e Leonardo, su presunti illeciti e atti di corruzione riguardanti l’installazione di sistemi informatici. In questa vicenda da organi di stampa viene citato il nome dell’onorevole Giorgio Mulè, vice presidente della Camera di Forza Italia. Il nome di Mulè compare nel fascicolo giudiziario in maniera del tutto incidentale, senza che c’entri assolutamente niente con l’inchiesta, come per altro si è affrettato a chiarire il Procuratore Capo di Roma, Francesco Lo Voi.

Domanda: ma perché il nome di Mulè viene dato alla stampa, evidentemente da qualcuno in Procura, quando non c’entra niente con l’inchiesta? Perché si fa la solita opera di ‘sputtanamento’ gratuito. Il Procuratore Capo di Roma dovrebbe chiarirlo, perché è lui che è responsabile di quello che succede in quell’Ufficio, ed è lui che dovrebbe garantire la segretezza degli atti.

Lo Voi dovrebbe farlo per fugare, anche in questa circostanza, ogni dubbio su eventuali regolamenti di conti post referendari. Mulè è stato uno degli esponenti più attivi di Forza Italia nella campagna a favore del Sì, ed ha letteralmente distrutto (naturalmente a parole) il famoso procuratore John Henry Woodcock in un confronto televisivo preelettorale.

Due brutte storie, anzi tre con quella di Torchiaro, che richiamano inevitabilmente alla memoria le parole lanciate contro il Foglio dal Procuratore Capo di Napoli, Nicola Gratteri (quello che il Presidente Napolitano non aveva voluto a Ministro di Grazia e Giustizia) “con voi faremo i conti dopo, tireremo delle reti”.

Sveglia ragazzi!!! I pericoli per la libertà di opinione e di stampa, per la presunzione di innocenza, e per l’ordine democratico forse non vengono da Palazzo Chigi.

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