Non chiamateli “invisibili”: I’alibi della indifferenza
Ogni volta che le periferie restituiscono gli esiti estremi di una tragedia, la cronaca si rifugia in una formula di cortesia ormai svuotata di senso: "erano invisibili". Lo si ripete come un ritornello esausto, applicato indifferentemente all'adolescente in frantumi o alla famiglia isolata. Erano invisibili alle istituzioni, ai servizi, al tessuto sociale. Ma a un'analisi sincera, questa è una narrazione mistificatoria. Quella che etichettiamo come invisibilità sociale è, nella stragrande maggioranza dei casi, il prodotto di una cecità selettiva e consapevole. È un meccanismo di difesa collettivo: ci si gira dall'altra parte non perché i segnali non ci fossero, ma per sottrarsi al carico emotivo, alla fatica e alla responsabilità etica di fare i conti con il dolore altrui. Scegliere di non vedere non è una distrazione fortuita, ma un atto di cinico autocompiacimento, un modo per assolvere la comunità prima ancora che il dramma si compia. La cronaca recente smantella impietosamente questo alibi. Pensa alle tragedie giovanili che scuotono i........
