Perché riconoscere l’umanità del nemico salva noi stessi
La disumanizzazione del nemico è sempre il primo lasciapassare morale per la crudeltà.È la soglia che precede ogni abuso, ogni eccesso, ogni violazione del limite. Quando l’avversario smette di essere un uomo, diventa possibile tutto: contro i militari, ma soprattutto contro i civili.Per questo il discorso pronunciato il 10 giugno 1963 da John Fitzgerald Kennedy alla American University resta una delle pagine più alte della politica del Novecento. Nel pieno della Guerra fredda, Kennedy ebbe il coraggio di compiere un gesto allora quasi impensabile: riconoscere dignità storica, culturale e umana al popolo sovietico. Ricordò il contributo della Russia alla letteratura universale, al progresso scientifico, alla vittoria contro il nazismo. Disse che americani e sovietici respiravano la stessa aria e avevano entrambi a cuore il destino dei loro figli.Non era retorica. Era una scelta politica. Era il tentativo di sottrarre la pace alla logica della demonizzazione. Non una pax americana imposta dalle armi, ma una convivenza tra sistemi diversi. Fu quella impostazione a preparare la distensione nucleare con l’Urss e ad anticipare la dottrina della coexistence without surrender.Oggi, a distanza di oltre sessant’anni, quella lezione sembra improvvisamente fragile.Nel linguaggio politico internazionale tornano parole che pensavamo archiviate. Tornano espressioni che riducono interi popoli a entità indistinte, quasi biologiche. Tornano minacce che evocano la distruzione totale........
