Il corpo che torna a sparire: come abbiamo ha archiviato la body positivity
Modelle alla Milano Fashion Week dello scorso settembre
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C’è un’immagine che gira da qualche stagione e che molte di noi hanno visto scorrere sui feed senza riuscire a smettere di guardarla: una modella sulla passerella di McQueen, pantaloni a vita bassissima, i fianchi che sporgono come si vedeva nei redazionali di Vogue degli anni Novanta. La stessa inquadratura che ricordavamo sul Cioè che leggevamo a 15 anni, o sulle riviste di nostra mamma, che ritagliavamo e attaccavamo agli specchi della nostra camera, dentro l’armadio o sul diario credendo che fossero un modello, non un problema. Ora, con il doppio degli anni e qualche consapevolezza in più, eravamo convinte di esserci lasciate certe immagini di riferimento alle spalle. Ma i dati dicono di no.
I numeri che si ripetono
Sulle passerelle per la primavera/estate 2026 hanno sfilato 9.038 look. Il 2% indossati da modelle di taglia media, lo 0,9% da modelle plus size. Il restante 97,1% a modelle di taglia standard: 36, 38, al limite 40. Sono i dati del Vogue Business Size Inclusivity Report, pubblicato nell’autunno 2025. A Milano, solo 4 dei 60 brand in calendario hanno usato modelle oltre la 40. Non sono numeri neutri. Sono la prova provata che un decennio di dibattito pubblico, di copertine storiche, di manifesti sull’inclusività corporea si è concluso con un sostanziale nulla di fatto. Il corpo femminile, nel 2025, è tornato a dover rispettare un canone preciso: magro, giovane, taglia 40 massimo. Vi ricorda qualcosa la Andy dell'inizio ne Il Diavolo Veste Prada? Taglia 42, alta, slanciata, ma decisamente fuori luogo nel contesto di Runway. E nel 2026 l’andamento è lo stesso. Quello che molte ricordano dagli anni Novanta, con tutta la violenza estetica che quella stagione si portava dietro.
Tra il 2015 e il 2022 qualcosa di reale era accaduto. Paloma Elsesser, Jill Kortleve, Precious Lee, alcune top model plus size più celebri, erano passate dall’essere eccezioni a vere protagoniste. La copertina del Vogue britannico dell’aprile 2023 le celebrava insieme e Aerie aveva abolito il ritocco fotografico. La taglia 46 era comparsa sulle passerelle di brand che fino a pochi anni prima non avrebbero mai aperto quelle porte. Per una generazione cresciuta con la taglia 38 come unico modello possibile, sembrava una svolta. Il problema è che a una svolta comunicativa non è seguita una trasformazione culturale profonda. O forse, non c’è mai stata.
…o forse non c’è ancora stata
Dire che la body positivity è stata uccisa da forze esterne sarebbe troppo comodo. Il movimento aveva crepe interne che non aveva mai avuto il coraggio di guardare in faccia. Anche il corpo “celebrato” aveva i suoi requisiti: curvy sì, ma giovane, proporzionata, fotografabile. Chi era fuori da quel canone – corpi con cicatrici, smagliature pronunciate, macchie, disabilità visibili, corpi anziani – era quasi sempre lasciato fuori dal movimento. L’inclusività aveva un bordo, e quel bordo era dettato da logiche di mercato.
Molte donne non si sono mai riconosciute nel messaggio. Non per cinismo, ma perché l’invito all’amore di sé – senza un cambiamento reale nelle strutture che producono il giudizio – suonava come un’altra forma di pressione. A dirlo, da sponde opposte, sono state due donne molto diverse tra loro.
Da un lato l'attrice italiana Matilda De Angelis, in una intervista a La Stampa: "Mi sentirei ipocrita se dicessi che ho difficoltà ad accettare me stessa, sapendo perfettamente di rientrare nella taglia di vestiti socialmente accettata e di non aver mai subito nessun tipo di discriminazione in base al mio aspetto fisico.
Dall'alto la modella curvy Ashley Graham, a Glamour: “Ho imparato che va bene se il viaggio per amarti è più complesso di quanto avresti mai potuto immaginare. Anche ora, se devo essere completamente onesta, vado a periodi. Non mi sento ancora del tutto a mio agio nel mio corpo, indipendentemente dalla mia difesa della body positivity.” Da un lato, quindi, il privilegio non riconosciuto di chi rientra nel canone. Dall’altro, la fatica insostenibile di chi, di quel canone, dovrebbe incarnare l’alternativa e non ci riesce nemmeno lei. In mezzo, milioni di donne lasciate sole con uno slogan.
Il nemico esterno esiste, ed è potente
Nonostante ciò è innegabile che ci siano "forze" che hanno accelerato il collasso. La prima si chiama Ozempic. Il boom dei farmaci a base di semaglutide non ha cambiato solo i corpi di chi li assume: ha reintrodotto la magrezza rapida come categoria medica, quindi neutrale, a tratti virtuosa. Quando dimagrire diventa “cura di sé" anziché pressione estetica, il terreno su cui si reggeva la body positivity si erode. Ed è esattamente quello che si vede sulle passerelle. La seconda forza è il ciclo della moda, che rigetta sistematicamente ciò che era “troppo” nel decennio precedente. L’estetica del quiet luxury, sobria, minimal, porta con sé un certo tipo di corpo. Non lo dice ma lo mostra.
La terza è la più cinica: l’inclusività era, in larga parte, un prodotto. Le top model plus size celebrate sul Vogue britannico nel 2023, sono state protagoniste a sorpresa nella stagione primavera/estate 2026. Una volta esaurito l’effetto-novità, il trend curvy ha smesso di essere interessante dal punto di vista del marketing. E l’industria è passata oltre.
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Il paradosso Victoria’s Secret
Il segno più bizzarro di questo momento è che il brand più a lungo indicato come simbolo dello standard irraggiungibile è oggi uno dei pochi a fare qualcosa di diverso. Dopo un crollo di vendite non ancora del tutto risolto, Victoria’s Secret ha cambiato rotta: la sfilata dell’ottobre 2025 mostrava Jasmine Tookes incinta di nove mesi ad aprire lo show, Ashley Graham, la cestista Angel Reese, la ginnasta Suni Lee. Fisicità diverse, visibili.
Il pubblico non ha applaudito, però. E sui social si invocava apertamente un ritorno agli show di una volta, quelli con le “modelle vere”. Il brand che per decenni è stato il nemico è diventato il paladino ma nessuno sembra volerlo.
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Non nostalgia, ma lucidità
Quello che i dati del 2025 dimostrano non è solo che l’industria è tornata ai suoi vecchi vizi. Dimostrano che un cambiamento estetico, per quanto visibile, non basta se non è accompagnato da un cambiamento strutturale nel modo in cui la società legge e sanziona i corpi femminili. La body positivity è arrivata molto in alto come fenomeno di superficie. Non è mai arrivata abbastanza in profondità.
La prova più agghiacciante arriva dalla chirurgia plastica: sta crescendo la richiesta di un intervento che consiste nel fratturare l’undicesima e la dodicesima costola per saldarle in posizione diversa, grazie a corsetti, per ottenere il punto vita di una Barbie. Un intervento rischioso che ha un nome: disforia culturale indotta.
Le donne che non si sono mai riconosciute nella body positivity non avevano torto. Sentivano che qualcosa non tornava: che celebrare il corpo senza smontare il sistema che lo giudica è un gesto a metà strada. Quello che serve non è un movimento che ci dica come sentirci rispetto al nostro corpo. È una cultura che smetta di considerare il corpo femminile uno spazio di valutazione pubblica. Fino ad allora, qualunque rivoluzione estetica sarà reversibile. Come questa lo è stata.
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