Confindustria: “Scenario peggiorato, lo choc energia sta già incidendo”
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Roma, 20 aprile 2026 – Confindustria lancia l’allarme: con la crisi del Golfo la nuova bolletta energetica delle imprese italiane può valere 7 miliardi in più nel 2026, fino a toccare quota 21 miliardi nello scenario peggiore. Sullo sfondo c’è lo stretto di Hormuz ancora chiuso, il termometro più sensibile della tensione tra Usa e Iran, con petrolio e gas di nuovo in corsa e le Borse europee in arretramento. Il messaggio che arriva dal Centro studi di viale dell’Astronomia è netto: lo choc energetico sta già entrando nei numeri dell’economia reale. Calano la fiducia delle famiglie, si indeboliscono le attese sull’industria, rallentano i servizi, mentre risalgono i tassi sovrani.
È la fotografia di uno scenario “peggiorato” che per il manifatturiero rischia di trasformarsi rapidamente da fattore di pressione a costo insostenibile. Non a caso, nell’indagine realizzata tra le aziende industriali, il costo dell’energia è indicato come criticità immediata principale, davanti ai costi di trasporto e assicurazione e a quelli delle materie prime. Le simulazioni di Confindustria misurano bene la posta in gioco. Se la guerra in Iran si fermasse a giugno, con petrolio medio annuo a 110 dollari e un graduale ritorno dei flussi commerciali, per le aziende italiane arriverebbe comunque un aggravio di 7 miliardi rispetto al 2025. Se invece il conflitto si trascinasse per tutto il 2026, con il greggio a 140 dollari di media, il conto salirebbe a 21 miliardi. Una soglia che gli industriali definiscono esplicitamente non sostenibile. E che si lega al giudizio del Mes: una diminuzione della sicurezza energetica, avvisano gli esperti del Meccanismo europeo di stabilità, si traduce in una riduzione dell’attività economica, senza compensazioni positive nel breve periodo.
Non sorprende allora l’avviso del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin: niente ritorno al gas russo, in coerenza con l’impostazione europea, ma apertura a misure eccezionali. La più delicata è quella che riguarda il carbone: se il gas dovesse superare i 70 euro al megawattora, ha spiegato il ministro, potrebbe rendersi necessario riattivare le centrali. Oggi il Ttf di Amsterdam viaggia ancora poco sopra i 40 euro, ma il mercato resta nervoso. A Berlino Christine Lagarde prova a tenere insieme realismo e prudenza. La presidente della Bce parla di choc all’offerta energetica “enorme”, con una perdita netta stimata in 13 milioni di barili al giorno, ma precisa che finora il rialzo dei prezzi non è ancora tale da spingere con chiarezza verso lo scenario avverso. Per questo Francoforte chiede più dati prima di trarre conclusioni nette sui tassi. Ma il monito è severo: ogni giorno in più di conflitto allarga il divario tra domanda e offerta e aumenta il rischio che dai rincari si passi al razionamento, con danni ben più pesanti per crescita e produzione. Non solo petrolio e gas: Lagarde ricorda che dal Golfo passano anche input strategici come elio, fertilizzanti e metanolo, e invita i governi a intervenire solo con misure temporanee e mirate, per non alimentare inflazione e squilibri di bilancio.
Sui mercati il nervosismo resta evidente. Il Wti sale verso 89 dollari al barile, il Brent oltre 95 e il gas europeo si riavvicina a quota 40 euro. Le Borse europee chiudono in rosso. Milano perde l’1,36%, ma sul listino pesa anche lo stacco dei dividendi di otto big, che vale da solo 0,77 punti percentuali. Resta però il segnale di fondo: banche deboli, energia più tonica, rendimenti in rialzo e spread Btp-Bund risalito a 74 punti. È la misura di una crisi che dal Golfo si trasferisce ormai direttamente su industria, finanza e conti pubblici europei.
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