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Robin Hood non era un eroe: Hugh Jackman distrugge la leggenda nel film più oscuro dell’estate

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12.08.2026

Robin Hood – Il prezzo del sangue con Hugh Jackman e Jodie Comer riscrive il mito del principe dei ladri trasformandolo in una storia di violenza, colpa e redenzione

«La gente parla di Robin Hood. Racconta le sue imprese. Sono tutte bugie». Bastano queste parole, pronunciate da un Hugh Jackman quasi irriconoscibile sotto i capelli lunghi, la barba grigia e il peso visibile di una vita che sembra essersi accumulata sul volto, per capire che Robin Hood – Il prezzo del sangue non ha alcuna intenzione di aggiungere semplicemente un altro capitolo alla sterminata filmografia dedicata all’arciere di Sherwood. Michael Sarnoski parte esattamente dal punto in cui quasi tutti gli altri si erano fermati, dal mito ormai consolidato del fuorilegge che ruba ai ricchi per dare ai poveri, dell’uomo inseguito dal potere perché schierato dalla parte degli ultimi, dell’eroe popolare la cui moralità resta intatta anche quando infrange la legge, e decide di chiedersi che cosa accadrebbe se quella storia fosse stata, almeno in parte, una costruzione. Se dietro Robin Hood non ci fosse mai stato un principe dei ladri, ma un uomo capace di uccidere, saccheggiare e raccontare abbastanza bene le proprie imprese da trasformare la violenza in leggenda.

È questo il Robin Hood che arriverà nei cinema italiani dal 12 agosto con I Wonder Pictures: non giovane, non romantico e soprattutto non innocente, ma anziano, ferito e costretto a guardare indietro quando ormai non sembra essergli rimasto molto tempo davanti. La sinossi ufficiale americana lo presenta alle prese con il proprio passato dopo «una vita di crimini e omicidi», gravemente ferito dopo quella che credeva sarebbe stata la sua ultima battaglia e affidato alle cure di una donna misteriosa che potrebbe offrirgli una possibilità di salvezza. Il film è scritto e diretto da Michael Sarnoski, con Hugh Jackman anche tra i produttori, e riunisce nel cast Jodie Comer, Bill Skarsgård, Murray Bartlett, Noah Jupe e Faith Delaney.

Non è, però, la vecchia operazione hollywoodiana del personaggio classico semplicemente reso più cupo perché il pubblico contemporaneo sembra diffidare degli eroi troppo perfetti. Dietro The Death of Robin Hood, questo il titolo originale molto più definitivo di quello scelto per l’Italia, esiste una riflessione personale che Sarnoski porta con sé praticamente da tutta la vita e che permette di leggere il film attraverso una prospettiva diversa: non tanto la morte di un eroe, quanto la distanza che si crea tra una persona e la storia che gli altri continueranno a raccontare di lei quando quella persona non potrà più correggerla.

Prima di Hugh Jackman c’erano Errol Flynn, Kevin Costner e persino una volpe

Robin Hood è uno di quei personaggi che sembrano esistere da sempre, al punto che separare la tradizione dalla sua successiva trasformazione popolare è diventato quasi impossibile. Il cinema gli ha dato il sorriso avventuroso di Errol Flynn, il volto di Kevin Costner, la maturità di Sean Connery e perfino, nella versione Disney del 1973, le fattezze di una volpe antropomorfa che ha probabilmente costruito per intere generazioni l’immagine più rassicurante di Sherwood. Sarnoski conosce perfettamente questo patrimonio e, invece di fingere che non esista, lo usa come bersaglio della propria rilettura.

Il punto non è dimostrare che Robin Hood fosse realmente cattivo, perché persino cercare un unico Robin Hood storico significa entrare in un territorio fatto di ballate, cronache, stratificazioni e personaggi che nei secoli hanno assorbito caratteristiche diverse; il punto è chiedersi perché abbiamo avuto bisogno di trasformarlo in qualcosa di così preciso. Sarnoski ha raccontato che, durante le sue ricerche, rimase particolarmente colpito da una delle più antiche menzioni scritte del personaggio, contenuta nello Scotichronicon, dove il fuorilegge viene descritto in termini molto meno........

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