Il dibattito sulla moschea, Citran: l’ultimo esame di italianità
A Venezia i bengalesi vanno bene quando lavorano. Quando chiedono un luogo di culto, invece, devono dimostrare di essersi “integrati”. Ma integrati in cosa? Nella società veneziana ci sono già. È la politica che sembra non essersene accorta.
C'è una parola che, pronunciata da un amministratore pubblico, dovrebbe far drizzare le antenne: “integrazione”. Non perché l'integrazione non sia importante. Lo è.
Ma perché diventa pericolosa quando viene trasformata in un lasciapassare: prima dimostrate di essere abbastanza italiani, poi forse vi concederemo un diritto che la Costituzione non ha mai previsto come premio per i cittadini virtuosi.
È esattamente questa l'impressione che lascia la vicenda della moschea chiesta da tempo dalla comunità islamica veneziana, e in particolare da quella bengalese, che vorrebbe realizzarla su un terreno acquistato in terraferma.
Il sindaco Venturini ripete che prima viene l'integrazione, il rispetto degli usi e dei costumi del nostro Paese.
Ma quali sarebbero, esattamente, gli “usi e costumi” che un musulmano dovrebbe dimostrare di rispettare prima di poter costruire un luogo di culto? Rispettare la legge? È un obbligo per tutti. Rispettare gli altri? È un obbligo per tutti. Pagare le tasse? È un obbligo per tutti. Lavorare? Non è un obbligo, ma molti bengalesi lo fanno ogni giorno, contribuendo concretamente all'economia veneziana.
E allora qual è il problema?
Forse la risposta è molto meno nobile della parola “integrazione”. Forse il problema è........
