Case di comunità, allarme in Toscana. Ne manca il 50%: “E senza sanitari non funzioneranno”
L’obiettivo di 159 fissato dal Pnrr e dev’essere raggiunto entro giugno: è il pilastro della riforma territoriale
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Firenze, 1 aprile 2026 – La Toscana è a metà strada. Ma il tempo stringe. Le case della comunità attive sono 79 su 159, poco meno del 50%. Gli ospedali di comunità 17 su 37. Numeri che, letti così, dicono poco. Se confrontati con quelli della media nazionale raccontano di una una regione che tiene. Che corre più di altre. Ma basta cambiare prospettiva perché il quadro si ribalti.
Mancano tre mesi alla scadenza del Pnrr. E all’avvio concreto della riforma della medicina territoriale, un passo fondamentale per la tenuta del sistema sanitario pubblico. E allora la domanda è semplice: è realistico pensare di completare oltre metà delle case della comunità in poche settimane?
Lo stato delle case della comunità
Anche perché la Toscana non partiva da zero. Nel 2023 le case della salute attive erano circa 75. Oggi, trasformate (o in via di trasformazione) in Case della comunità, sono diventate 79: quelle con almeno un servizio dichiarato attivo. Un avanzamento c’è stato. Ma contenuto. E soprattutto incompleto.
Perché il dato vero è un altro ed è quello che pesa: nessuna struttura, oggi, offre tutti i servizi previsti. Né le case della comunità, né gli ospedali di comunità. Nessuna è pienamente operativa. La rete esiste. Ma è a metà. E il vero problema non sono i muri ma i servizi, il personale, l’organizzazione, l’integrazione tra professionisti e con il sociale. Tutto ciò che dovrebbe trasformare quelle strutture in un’alternativa reale all’ospedale.
Preoccupazioni nazionali
I dati sono stati elaborati dall’Osservatorio indipendente sul servizio sanitario pubblico della Fondazione Gimbe sulla base dei dati ufficiali aggiornati allo scorso 31 dicembre di Agenas (l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali). I numeri destano preoccupazione. In Italia su 1.715 Case della comunità previste, solo 66 sono pienamente operative: il 3,9%. Gli ospedali di comunità completi non esistono. Nemmeno uno.
Per oltre un terzo delle Case programmate, 649, le Regioni non hanno dichiarato nemmeno un servizio attivo. E anche dove i servizi risultano formalmente presenti, spesso manca il personale necessario a renderli effettivi. “Anche dove tutti i servizi vengono dichiarati attivi, le case della comunità restano, nei fatti, scatole vuote: senza personale sanitario non possono funzionare”, dice Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe.
La Toscana in un contesto nazionale
La fotografia è questa. Strutture aperte ma non operative. Servizi sulla carta ma non sempre accessibili. La Toscana, dentro questo quadro, si colloca sopra la media per attivazione delle strutture. Il 49,7% delle ’case’ con almeno un servizio attivo contro il 45,5% nazionale. Il 46% degli ospedali di comunità contro il 27,4%. Ma non è tra le regioni più avanti nella piena operatività. Le poche strutture davvero complete si concentrano soprattutto in Lombardia e in Emilia-Romagna, mentre altrove il sistema procede a velocità diverse, con forti diseguaglianze territoriali.
Il digitale e il consenso informato
E poi c’è il digitale. Il Fascicolo sanitario elettronico, questo sconosciuto. E’ ancora incompleto in tutte le regioni. In Toscana sono disponibili 16 documenti su 20. Ma il problema è l’utilizzo da parte dei cittadini: solo il 32% dei toscani ha dato il consenso alla consultazione, contro una media nazionale del 44%. Praticamente uno su tre. Senza consenso i dati sono accessibili solamente al paziente e al medico che ha prodotto i documenti.
Ma siamo sicuri che i cittadini siano a conoscenza dell’obbligo di dare il consenso (su internet con Spid o Cie o agli sportelli Asl)? Soprattutto i soggetti più fragili, lo sanno? E’ stata fatta un’adeguata campagna informativa? Il tempo, intanto, corre. La scadenza del 30 giugno si avvicina. E i rischi sono grandi: non raggiungere l’obiettivo del Pnrr, oppure centrarlo solo formalmente grazie ad alcune regioni, oppure — il più grave — fallire la riforma della sanità territoriale con un contraccolpo immediato. Ancora sugli ospedali. Sui pronto soccorso già sotto pressione. Sui medici e sugli infermieri che lavorano già al limite.
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