Endometriosi, diagnosi più rapide ma resta una malattia complessa. “In Toscana centri dedicati e più formazione”
Il 28 marzo è la Giornata mondiale dell'Endometriosi
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Firenze, 24 marzo 2026 – «Oggi la diagnosi di endometriosi arriva prima rispetto al passato, almeno in Toscana, dove esistono centri dedicati e percorsi di formazione per i medici. Ma resta una patologia complessa, con sintomi molto diversi e un forte impatto anche sulla fertilità». A parlare è Alberto Mattei, ginecologo fiorentino, presidente della Società italiana di endoscopia chirurgica ginecologica e direttore del dipartimento materno infantile dell’Azienda USL Toscana Centro.
Sabato 28 marzo si celebra la Giornata mondiale dell’endometriosi, una patologia cronica che colpisce circa una donna su dieci in età fertile. Secondo un’analisi di Epic Research, istituto di ricerca specializzato nell’analisi di cartelle cliniche elettroniche, tra il 2017 e il 2024 il numero delle diagnosi è cresciuto del 32%, ma per arrivare a individuare la malattia, sempre secondo quello studio, servono in media dagli 8 ai 10 anni, con punte fino a 14 anni nelle adolescenti.
Dottor Mattei, si parla ancora di diagnosi tardiva. È davvero così?
«È vero fino a un certo punto. In alcune regioni il ritardo diagnostico esiste ancora, ma in Toscana la situazione è diversa. Qui la diagnosi è piuttosto precoce perché tutte le aziende sanitarie hanno centri dedicati all’endometriosi e c’è maggiore sensibilità. Molto dipende dall’aggiornamento della classe medica. Come Azienda USL Toscana Centro abbiamo organizzato un sistema di aggiornamento sia dei medici di base che dei ginecologi: questo percorso è già iniziato, abbiamo fatto quattro incontri e stiamo proseguendo su questa strada. Oggi, grazie alla formazione, non arriviamo più a quei ritardi di anni e anni che si registravano in passato».
Perché l’endometriosi resta difficile da riconoscere?
«Perché esistono forme minime che danno sintomi ma sono poco evidenti agli esami. Non sempre sono rilevabili con i normali strumenti diagnostici e richiedono grande esperienza da parte dell’operatore. In molti casi è più utile un’ecografia fatta da un esperto di endometriosi che non una Tac o una risonanza magnetica. La differenza la fa soprattutto l’esperienza del medico».
Quali sono i sintomi più frequenti?
«Dolore mestruale molto intenso, dolore durante i rapporti, ciclo abbondante, dolori addominali anche fuori dal periodo mestruale, disturbi intestinali o urinari. Il quadro però è complesso: si possono avere forme gravi con pochi sintomi e forme lievi molto dolorose. Spesso si associano anche intolleranze al glutine o al lattosio. È una patologia che richiede un continuo aggiornamento e soprattutto deve essere presa in considerazione più spesso tra le possibili diagnosi».
Quante donne ne soffrono?
«Circa il 10% delle donne in età fertile. Tra queste, il 30-40% può avere anche problemi di infertilità. Non sappiamo se i casi siano davvero aumentati, ma sicuramente oggi facciamo più diagnosi».
Si conoscono le cause?
«Non con certezza. Una delle ipotesi è che ci sia un’alterazione autoimmune dell’organismo della donna, per cui le cellule del ciclo mestruale, passando attraverso le tube, si impianterebbero in altri organi (peritoneo, intestino) senza essere eliminate appunto dal proprio sistema autoimmune. Si è parlato anche di familiarità, ma anche in questo caso ci sono forti dubbi, anche se una certa familiarità è stata riconosciuta tra i parenti di primo grado».
Quanto incide sulla fertilità?
«È uno degli aspetti più delicati. Oggi operiamo meno rispetto al passato, perché intervenire su una cisti endometriosica può ridurre la fertilità. La difficoltà è trovare il giusto equilibrio tra cura della malattia e tutela della capacità riproduttiva. Ogni caso deve essere valutato singolarmente».
Il social freezing può aiutare?
«Può essere una possibilità, soprattutto perché oggi si tende ad avere figli più tardi. Però, se si decide di congelare gli ovociti, è preferibile farlo entro i 35 anni».
Anche lo stile di vita può influire?
«Sì. La nutrizione può aiutare a ridurre i sintomi. È utile limitare alimenti che favoriscono l’infiammazione, come salumi e formaggi. Nelle donne con intolleranza al glutine o al lattosio servono diete mirate. Non è certo una cura, ma può contribuire al controllo della malattia».
Come è cambiata la terapia negli anni?
«Molto. Io mi occupo di endometriosi dai primi anni Novanta e oggi operiamo circa un decimo delle pazienti rispetto ad allora. Il trattamento è soprattutto medico, con ormoni, progesterone, pillola anticoncezionale o farmaci che bloccano il ciclo. La chirurgia si riserva ai casi più gravi, quando c’è un danno renale, un’occlusione intestinale o resistenza alla terapia. Posso dire che ho operato personalmente di una forma grave una ragazza di 13 anni al Meyer. È una malattia cronica, come il diabete. Non abbiamo cure che la eliminano definitivamente, ma possiamo controllarla e ridurre i sintomi. In molti casi bisogna conviverci fino alla menopausa, cercando di gestirla nel modo più corretto possibile».
Gli eventi previsti a Firenze
Accanto alla ricerca cresce anche l’impegno sul fronte della sensibilizzazione. A Firenze sono in programma diverse iniziative in occasione della Giornata mondiale dell’endometriosi. Venerdì 27 marzo si terrà un open day con consulenze gratuite multispecialistiche dalle 14 alle 18.30 al Centro Osteopatico del Neonato e della Famiglia, in via Mario Pratesi 10. Nella stessa giornata, dalle 19.30 alle 21.30, è in programma anche l’incontro pubblico “Dialoghi sul corpo e sulla fertilità” allo YellowSquare Firenze, in viale Francesco Redi 19, dedicato all’informazione e al confronto sui temi della salute femminile.
Sabato 28 marzo il centro storico ospiterà invece Endomarch, la marcia internazionale organizzata in oltre 70 Paesi per richiamare l’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica su una patologia ancora poco conosciuta. Il ritrovo dei partecipanti è fissato alle 10.30 in piazza Santa Maria Novella, da dove partirà la camminata aperta a cittadini, pazienti e familiari.
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