Otto per mille alla chiesa cattolica: il fisco preleva, il controllo svanisce
La sentenza delle Sezioni Unite mostra il paradosso: il denaro nasce dall’Irpef, viene distribuito anche a chi non sceglie e, una volta trasferito, esce dal normale controllo contabile dello Stato.
Diciamolo subito: l’otto per mille alla Chiesa cattolica non è una donazione liberamente effettuata dal contribuente. È una quota del gettito Irpef, dunque denaro prelevato coattivamente attraverso il fisco. Il cittadino può indicare uno dei destinatari previsti, ma non può chiamarsi fuori dal meccanismo: se non firma, i soldi vengono comunque distribuiti in proporzione alle scelte degli altri. L’Agenzia delle Entrate lo dice chiaramente: “se non firmate”, l’otto per mille viene ugualmente attribuito secondo le scelte espresse. Il silenzio, insomma, diventa finanziamento.
Su questa singolare architettura è intervenuta l’ordinanza n. 24778 delle Sezioni Unite della Cassazione, pubblicata il 26 agosto 2026. La vicenda nasce da un’azione della Procura regionale della Corte dei conti per la Sicilia, che chiedeva il risarcimento di un presunto danno erariale di 403.416,69 euro — non proprio bruscolini — per somme dell’otto per mille che sarebbero state distratte a fini privati.
La domanda era inevitabile: se quel denaro nasce dal gettito Irpef, resta denaro pubblico una volta trasferito alla Chiesa? Ai fini della giurisdizione contabile, la risposta delle Sezioni Unite è negativa. A tal proposito, la Corte ha spiegato che, dopo il trasferimento, la CEI gestisce direttamente le somme, ne decide la ripartizione e svolge i controlli previsti dal proprio........
