La gerontocrazia del Cremlino
La morte di Sergei Ivanov ha ricordato al Cremlino una verità scomoda: anche gli uomini apparentemente eterni sono mortali. Ivanov è morto a 73 anni, la stessa età di Vladimir Putin. Proveniva dal Kgb, aveva guidato Difesa e Amministrazione presidenziale, era stato vice primo ministro e possibile successore. La sua scomparsa mostra che la cerchia sulla quale Putin ha costruito il regime entra in una fase nuova: i suoi uomini invecchiano con lui e presto molti lasceranno incarichi occupati per decenni. Il Cremlino di oggi comincia ad assomigliare a quello dell’ultimo Leonid Brežnev. La Russia non è l’Unione Sovietica: non esistono partito unico e Politburo, mentre le decisioni passano attraverso rapporti personali, apparati di sicurezza e interessi economici. Eppure, l’immagine è familiare: pochi uomini anziani occupano da anni le posizioni decisive, la permanenza viene presentata come stabilità e il ricambio come minaccia agli equilibri. Brežnev guidò l’Unione Sovietica dal 1964 alla morte, nel novembre 1982. Negli ultimi anni il vertice era una gerontocrazia: gli stessi uomini conservavano le cariche e la propaganda trasformava l’immobilismo in solidità. Sembravano eterni. Poi cominciarono i funerali. Dopo Brežnev arrivarono Jurij Andropov, già gravemente malato, e Konstantin Černenko, anziano e in precarie condizioni di salute. In meno di tre anni l’Unione Sovietica celebrò i funerali di tre segretari generali. Quella successione di bare rivelò che la stabilità era paralisi: il sistema non aveva preparato la successione né una nuova classe dirigente. La somiglianza riguarda l’intera struttura del potere. L’organismo più vicino al vecchio Politburo è il Consiglio........
