L’altro Islam: quando il Corano va oltre la lettera
Quando in Europa si parla di Islam, la discussione ha una singolare tendenza a ridursi subito a due partiti. Da una parte ci sono quelli che spiegano che l’Islam è questo, è sempre stato questo e non può essere altro che questo; dall’altra quelli che assicurano che l’Islam, correttamente inteso, è una religione di pace, tolleranza e fratellanza, e che tutto ciò che sembra contraddire questa rassicurante definizione dipende da qualche estremista che non lo ha capito bene.
Può darsi che abbiano torto entrambi, perché l’Islam, come quasi tutto ciò che ha attraversato quattordici secoli di storia, è assai più complicato. E soprattutto perché la domanda decisiva non è soltanto che cosa dica il Corano, ma che cosa significhi dire che il Corano “dice” qualcosa.
E qui comincia una storia molto meno conosciuta, perché fra le molte famiglie nate dalla grande divisione dell’Islam, gli ismailiti occupano un posto singolare. Appartengono allo sciismo, ma si separarono dalla linea che avrebbe condotto agli sciiti duodecimani dopo la morte, nel 765, del sesto imam Jaʿfar al-Ṣādiq. Da quella divisione sarebbe nata una tradizione capace, alcuni secoli più tardi, persino di fondare un grande Stato: il califfato fatimide, che creò il Cairo e dal quale ebbe origine al-Azhar, destinata paradossalmente a diventare uno dei massimi centri del sunnismo.
Ma ciò che rende l’ismailismo particolarmente interessante per noi non è la sua storia politica: è la sua teoria dell’interpretazione. Gli ismailiti distinguono lo ẓāhir, ciò che è manifesto, dal bāṭin, ciò che è interiore e nascosto. Il testo sacro possiede dunque una superficie, ma non si esaurisce in essa. Attraverso il taʾwīl, l’interpretazione simbolica, si cerca di risalire dal significato esteriore alla realtà spirituale che esso........
