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Come la guerra contro l’Iran si è trasformata in un fallimento

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13.04.2026

Ciascuno dei tre attori principali dell’attuale conflitto ha commesso un errore fondamentale nella valutazione del proprio nemico. I leader di Stati Uniti e Israele hanno travisato importanti dinamiche emerse a inizio gennaio, mentre la Repubblica Islamica dell’Iran ha sottovalutato i Paesi vicini.

Questi errori hanno plasmato il corso della guerra e probabilmente ne influenzeranno l’esito.

Entrare in guerra implica la definizione di obiettivi, per quanto nebulosi e mutevoli. Il presidente Donald Trump mira a un Iran reso inoffensivo, incapace di minacciare gli interessi americani. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu punta a un cambio di regime. La leadership iraniana intende restare al potere e fedele ai principi cardine dell’antiamericanismo e dell’antisionismo.

È opportuno ricordare che il cambio di regime figurava tra le motivazioni principali dell’intervento degli alleati. Annunciando l’attacco del 28 febbraio, Trump si è rivolto al “grande e orgoglioso popolo iraniano”, esortandolo a “prendere in mano il proprio destino”. Al contempo,  Netanyahu ha dichiarato che “è giunto il momento per tutti i settori della società iraniana (…) di liberarsi del giogo della tirannia”.

Entrambi hanno anche menzionato il sequestro delle scorte di uranio, la distruzione delle capacità militari e lo smantellamento delle reti jihadiste, ma tutte queste misure potrebbero essere ripristinate qualora il regime dovesse sopravvivere. Inoltre, sebbene la guerra abbia avuto profonde ripercussioni economiche (sconvolgendo i mercati energetici, la disponibilità di fertilizzanti, la produzione di chip per l’intelligenza artificiale, gli orari dei voli e molto altro) anche queste restano subordinate al destino della Repubblica Islamica.

In che misura, dunque, gli errori di governo hanno inciso sulla questione cruciale della guerra, ovvero il cambio di regime?

In Venezuela, le forze statunitensi sono riuscite a liberare il presidente Nicolás Maduro con un’audace operazione e tatticamente impeccabile. Questo risultato ha spinto Trump a concludere di aver scoperto un nuovo paradigma, un meccanismo semplice per sbarazzarsi dei nemici degli Stati Uniti: eliminare la leadership di un nemico più debole, trovare un successore malleabile ed imporre la propria volontà sul Paese. Questa intuizione ha ispirato la ripetizione della formula a Cuba e in Iran. In quest’ultimo Paese, sono stati avviati negoziati con il successore designato, Mohammad Bagher Ghalibaf, un veterano del regime che attualmente ricopre la carica di presidente del Parlamento iraniano.

Il 23 marzo scorso, Trump ha annunciato che “gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, colloqui molto buoni e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità”, aggiungendo in seguito che le due parti avevano raggiunto “punti di accordo fondamentali” su “quasi tutti i punti”. Questo cambiamento di rotta........

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