Referendum: mamma, che botta
Usi a obbedir tacendo. Epperò, non siamo carabinieri ma modesti opinionisti politici di destra. Sì, di destra. Ed è per causa di questa nostra testarda appartenenza politica e ideologica che il risultato referendario ci brucia da morire. Siamo delusi, ma non sorpresi. Un po’ ce lo aspettavamo e se non lo abbiamo scritto prima ma ci siamo occupati d’altro è stato solo per non passare per dei menagramo, degli iettatori e per non guastare quel gioioso clima da macchina da guerra che si respirava nel centrodestra, dove tanti, troppi, hanno ceduto all’illusione che sarebbe bastato essere dalla parte giusta della modernità, essere progressista sul terreno della giustizia, per averla vinta. Abbiamo dovuto morderci la lingua quando abbiamo ascoltato argomentazioni sulle ragioni del Sì che avrebbero meritato le cure di un buono psichiatra invece che il consenso di un elettorato di destra disorientato dalle scelte dei propri rappresentanti politici. Già, perché ciò che è accaduto e che ha del surreale è facile da descrivere: in questo mondo alla rovescia il “No” ha stravinto perché ha sostenuto una posizione di retroguardia, di difesa “conservatrice” dell’impianto costituzionale in materia di potere giudiziario contro un tentativo di superamento in chiave progressista e modernizzatrice della macchina della giustizia, proposto dal centrodestra.
Ecco perché quelli di sinistra hanno da fare poco i gradassi. Si stanno intestando una vittoria che è la certificazione incontrovertibile di un asservimento al potere di una corporazione potentissima, quella dei magistrati. Proprio così: corporazione che fa rima con corporativismo. Non vi fischiano le orecchie ad ascoltare le note stridule di una tale assonanza concettuale? Il fatto più rilevante è che tra quei 14.461.336 votanti che hanno vergato sulla scheda referendaria la casella del No ve n’è un numero consistente che proviene dalla destra, che è profondamente conservatore e che non ha nulla a che spartire con la........
