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La crisi iraniana e il dominio della tecnica

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09.03.2026

Nell’editoriale apparso su La Stampa il 6 marzo 2026, Massimo Cacciari affronta la crisi iraniana con una franchezza che merita di essere riconosciuta. “Questa volta, almeno, ci vengono risparmiate le ideologie sulla guerra di liberazione”, esordisce, liquidando l’armamentario retorico che solitamente accompagna le avventure belliche dell’Occidente.

“Trump non ci fa certo leva come il suo collega Bush jr., ancora zavorrato da consuetudini di pseudo diritto internazionale”: niente più finzioni, niente più appelli a un ordine giuridico che nessuno dei grandi attori prende più sul serio. L’Iran va colpito perché “abbattere la potenza dell’Iran significa assestare un colpo determinante all’intesa che andava maturando tra Iran, Cina e Russia”: è il linguaggio della realpolitik nella sua forma più pura, il riconoscimento che ciò che conta non è il diritto ma la forza. E fin qui Cacciari ha ragioni da vendere.

Eppure, proprio a questo punto l’analisi si arresta sulla soglia della domanda decisiva. Se il diritto internazionale è divenuto “pseudo diritto”, se la pura potenza è rimasta l’unico criterio residuo, occorre domandarsi: perché? Cacciari descrive la deriva con precisione, ma non ne interroga le cause. La realpolitik, per sua natura, non può mettere in discussione i propri fondamenti: assume la lotta per la potenza come dato ultimo, senza chiedersi se questo dato non sia l’effetto di una trasformazione più profonda.

La risposta va cercata in una dimensione che l’analisi geopolitica tende a ignorare: quella del nichilismo come destino dell’Occidente. Se oggi la pura potenza è l’unico criterio, è perché ogni altro criterio è........

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